Il farmaco anti-paura

Cancellare la paura con un farmaco? La scienza dice che oggi si può fare. Il problema è che l’hanno sperimentato per ora solo sui topi.

I neuroscienziati dell’università portoricana di San Juan hanno studiato gli effetti di un farmaco che iniettato su dei topolini dopo una forte paura legata ad un’esperienza dolorosa, sembrava cancellare completamente negli animaletti il ricordo spiacevole, rendendoli più coraggiosi.

La necessità di creare un simile farmaco nasce da studi precedenti sui traumi post-bellici ed i conseguenti disturbi d’ansia e post-traumatici che un soldato su 8 porta con sè quando torna dal campo di battaglia. In queste situazioni, le esperienze angoscianti di violenza e di morte si ripercuotono sulla psiche delle persone anche quando tornano in situazioni di sicurezza.

Lo studio

La ricerca americana pubblicata su Science si basa su un semplice condizionamento classico con stimolo avversivo: all’apparire di un suono, ai topolini veniva provocato uno shock elettrico doloroso alla zampa. Una volta condizionati, ogni volta che sentivano il suono, anche in assenza della scossa, i roditori si rannicchiavano pieni di paura.

Iniettando la proteina Bdnf nella corteccia prefrontale, essa sembrava impedire al ricordo dell’evento di amplificarsi creando notevoli connessioni cerebrali che sono alla base del consolidamento della memoria. In questo modo, senza rieducarli a non temere il suono associato al dolore, si rendevano i topolini “più riflessivi”, impedendo all’amigdala di mettere in atto la normale reazione di attacco-fuga che normalmente accompagna la paura. Gli animaletti diventavano insomma più razionali e non perdevano l’aplomb a causa della paura (scusate la spiegazione maccheronica).

Anche se questo studio può sembrare illuminante, sono molto vaghe le possibilità che questo farmaco abbia una reale applicabilità nella vita dell’uomo. Oltre alle ovvie questioni etiche e all’impossibilità di convincere un essere umano a farsi un’iniezione cerebrale prima di aver realmente sperimentato la paura che il farmaco dovrebbe abbattere, c’è da fare una seria riflessione sulla natura dell’uomo.

Gli essere umani hanno in comune con gli animali la cpacità di provare emozioni rispetto a stimoli interni o esterni, ma nell’uomo questa caratteristica si combina con la sua capacità di fare teorie su se stesso e su quello che sta provando. Quando una persona prova una forte paura, in base alla sua personalità e alle sue esperienze, potrà ricollegarla ad altre emozioni, potrà rievocare eventi passati che essa  richiama alla mente, potrà ritenerla perfino positiva rispetto al momento che sta vivendo. Se io vedo un cane per strada, potrei accarezzarlo con gioia se amo gli animali, potrei esserne spaventato se da piccolo ne sono stato morso, potrei rattristarmi perchè mi ricorda un momento della mia vita, potrei arrabbiarmi perchè assomiglia a quello di un mio acerrimo nemico. Non bisogna dimenticare inoltre, che se usata bene la paura può salvarci la vita, può renderci più accorti e può perfino far crescere le nostre relazioni con gli altri.

Come ridurre questa complessità ad un circuito neuronale da scoraggiare con un farmaco uguale per tutti, per quanto complesso esso possa essere?

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3 Commenti

  • 16 giugno 2010 | Permalink |

    ri-invio il commento rivisto e corretto .
    Grazie

    Una domanda ma l’uomo nella sua natura può vivere senza paura?
    Se la mente può dimenticare, l’anima, ciò che di più profondamente inconscio è in noi dimentica insieme alla mente?

    Sarebbe solo un illusione passeggera,velare ricordi sgradevoli che si ritorceranno come un vulcano che non trova sfogo sul corpo stesso, l’uomo si ritroverebbe a provare stati d’animo che non saprebbe riconoscere a cui dare un nome, proprio per quella mancanza d’istintualità pura che ci contradistingue dagli animali, l’uomo è portato a riflettere, analizzare, si creerebbe uno stato ancora peggiore, uno stato di alessitimia(la mancanza della capacità di descrivere, di mentalizzare, percepire, riconoscere, e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé).

    Non è possibile mirare un ricordo traumatico piuttosto che un altro, l’addormentarsi della paura sarebbe quindi generale, che piaccia o no senza paura non si può vivere, la pena è di mettere a rischio la nostra stessa vita.

    Scusate,rin

    Sarebbe meglio che gli scienziati scendessero dal podio dell’onnipotenza ed inziassero ad accettare di più l’essere umano sotto tutti i suoi aspetti debolezze e limiti compresi, cercando cure e soluzioni più consone a ciò che è l’uomo e della materia di cui esso è fatto…
    Il didattito sull’anima è aperto da secoli,oggi ancora non trova una risposta materialista, ma a pensarci bene tutti abbiamo una conoscenza pura a priori che ci permette di trovare ogniuno la sua risposta.

  • 17 giugno 2010 | Permalink |

    Ciao Carola,
    il tuo commento mi trova pienamente d’accordo, era proprio questo che intendevo trasmettere nel mio articolo. Credo come te che le scienze umane debbano dare una svolta ai metodi che utilizzano e chiarirsi i loro postulati epistemologici, per dare una risposta reale ai bisogni dell’umanità.
    Nell’uomo gli aspetti biologici e neurofisiologici sono importantissimi, ma sono solo dei livelli, delle parti che non possono spiegare da soli la soggettività dell’essere umano. L’uomo è fatto di atomi, di cellule, di organi, di comportamenti osservabili, ma è anche una soggettività che si incontra con altre soggettività e con il mondo. Se pretendiamo di spiegare la totalità e la sostanza degli individui con una serie di reazioni cellulari, daremo sempre delle risposte parziali ai dilemmi della soggettività e non risolveremo realmente i problemi che ogni giorno una persona si trova ad affrontare.
    Un caro saluto.

  • 21 giugno 2010 | Permalink |

    Maledetti vivisezionisti. Mi chiedo quando smetteranno di torturare inutilmente animali.

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