Omosessualità: fare coming out -1

Il coming out interiore è il momento in cui un individuo si rende conto di avere sentimenti e/o desideri sessuali per persone dello stesso sesso, ne acquisisce consapevolezza ed impara ad accettarli come una parte integrante della propria personalità.


Questo primo momento è di solito caratterizzato da una forte carica emotiva ed è fonte di stress. Ciò è dovuto in parte al fatto che si tratta di un momento in cui l’individuo si mette – o rimette – in discussione, ma, soprattutto, perché la nostra società tende alla eteronormatività, tende cioè ad escludere, negandoli o vestendoli di un’immagine negativa, tutti quei comportamenti che si allontanano dalla eterosessualità. Quanto più è forte all’interno di una società questa spinta a negare la legittimità di comportamenti che si allontanano da quelli considerati “canonici”, tanto maggiore sarà lo stress vissuto dall’individuo, anche per la mancanza di esempi positivi da seguire per riuscire ad integrare questi nuovi sentimenti e pulsioni all’interno della propria identità.

In una prima fase spesso si cerca ogni indizio che possa dimostrare il contrario di ciò che si sta scoprendo. Una volta che si è preso atto che “non c’è niente da fare” si passa all’accettazione della propria condizione. Prerequisito al coming out con gli altri, è fare coming out con sé stessi, cioè ammettere di essere gay, lesbiche, bisessuali, transgender o eccitati da forme sessuali non convenzionali. Questo è il primissimo passo nel processo di coming out: spesso richiede una ricerca interiore o un’epifania personale. Molte persone gay, lesbiche e transgender attraversano un periodo prima del coming out durante il quale credono che il loro orientamento sessuale, o i loro sentimenti crossgender siano una “fase”, che siano modificabili, o rifiutano i propri sentimenti per ragioni religiose o morali. Fare coming out con sé stessi termina quel periodo di ambiguità e dà il via al processo di autoaccettazione. Il coming out è un processo spesso graduale.

È comune fare coming out prima con un amico o un familiare fidato, e successivamente con gli altri. Quando si decide di fare un coming out con qualcuno, soprattutto le prime volte, è importante scegliere accuratamente le persone, non parlarne con tutti, ma solo con chi è importante, con chi se lo “merita”, con chi si pensi sia in grado di comprendere , perché effettivamente decidere di aprire una porta fino ad allora “segreta” e lasciare entrare qualcuno nel vero mondo è un dono e chi lo riceve deve esserne consapevole dell’importanza che ha l’avere scelto lui o lei invece di qualcun altro.

Organizzare incontri con le scuole, parlando dell’omosessualità, potrebbe essere utile per “far uscire fuori” ragazzi che si sentono soli e si isolano per paura di essere etichettati come diversi e di essere derisi dai compagni. Gli incontri nelle scuole potrebbero realizzarsi con psicologi che attraverso letture di brani aventi come tematiche proprio l’omosessualità, danno poi spazio ai ragazzi di porre tutti i tipi di domande, di osservazioni e riflessioni, facendo partecipare anche gli insegnanti che per paura o imbarazzo tendono a non parlare di questo argomento con gli alunni, un’”educazione” di questo tipo potrebbe servire agli alunni e agli insegnanti a dar consistenza a ciò che non si vuol vedere, a dar cittadinanza a ciò che si vuole relegare nell’ambito del giudicato/condannato, o al più, del tollerato, purchè continui a nascondersi.

Attraverso lo svelamento le persone rivelano non solo chi amano e con chi fanno sesso, ma creano la possibilità di esprimere ciò che sono, di condividere con gli altri le gioie e i dolori, di raccontare le proprie relazioni, di ricevere supporto. Celare questa parte di sé induce un monitoraggio costante delle informazioni elargite agli altri e un esitamento sociale.

Coming out in psicoterapia

Spesso il primo passo, se si segue un percorso terapeutico, è dichiarare la propria omosessualità al proprio psicoterapeuta. La stanza del terapeuta è percepita come un luogo tendenzialmente più libero da stereotipi e pregiudizi, una base sociale potenzialmente più sicura.

Se il lavoro terapeutico inizia sempre con la costruzione di un’alleanza terapeutica, particolare attenzione va data a questo aspetto con i pazienti che hanno un’idea negativa di sé come omosessuali, che intraprendono il percorso timorosi del giudizio del terapeuta e che tendono a monitorare le sue reazioni non verbali. Il terapeuta non deve avere fretta, non deve opporre ai giudizi negativi affermazioni positive, ma lasciare il tempo al soggetto di poter esprimere le emozioni spiacevoli, di far emergere i propri significati. Spostando quindi la centratura del paziente da ciò che pensa che gli altri pensino della sua omosessualità, dalle loro aspettative, dai loro giudizi, dalle loro reazioni, a sé stesso.

Attraverso questo percorso si potrà poi iniziare l’analisi dei sistemi di significato, per poter conoscere la posizione cognitiva ed emotiva del paziente rispetto al suo orientamento sessuale.

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