Alcuni sono scritti a mano e pieni di poesia, altri al pc, altri sembrano quasi banali, come ad esempio quello che dice “Per favore, riporta indietro i libri che ho preso in biblioteca”. Stiamo parlando dei biglietti d’addio scritti da persone che si sono tolte la vita, per salutare i propri cari, per risolvere questioni pratiche, o per spiegare le loro motivazioni prima di andarsene. Più di 2000 biglietti in originale o in fotocopia, raccolti e studiati dal Dr. Antoon Leenaars, psicologo, possono essere un’enorme anche se macabra banca dati, utile per capire la mente del suicida.
Sono quarant’anni che il Dr. Leenaars, unico custode di questo archivio, si dedica a cercare gli elementi scientifici che si nascondono dietro questi tristi messaggi d’addio. “Vedo queste note come un’ottima strada per capire il suicidio, una lente d’ingrandimento che rivela il peggiore dei dolori, il “meta-dolore”, l’incredibile dolore, il dolore dei dolori” – afferma lo psicologo – “I biglietti dei suicidi ci permettono di sbirciare nell’anima.”
Nello studio di Leenaars campeggiano le stampe di Vincent Van Gogh, morto com’è noto suicida e che ha vissuto vicino al paese natale del dottore, a Ulvenhout nei Paesi Bassi. Sulle poltrone dello stesso studio, lo psicologo accoglie i suoi pazienti, tra cui quelli che gli vengono a chiedere aiuto per le loro idee suicidarie. Secondo il dottore, chi tenta il suicidio è diverso da chi muore suicida: i maschi, ad esempio, si tolgono la vita 4 volte in più delle donne, ma le donne ci provano molto più spesso. Alla luce di questi dati, non è possibile studiare il suicidio in profondità sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti: il problema vero per la comprensione del suicidio è che la persona non ha la possibilità di spiegare la sua decisione. Per questo, per il Dr. Leenaars, i biglietti lasciati sono la strada migliore per prevedere e prevenire un atto suicida, che ha definito come un “disagio multidimensionale”.
La storia della collezione
In una combinazione di strenua ricerca accademica e curiosità personale, il Dr. Leenaars cominciò a comporre la sua collezione nei primi anni ’70, grazie all’uomo che poi diventò il suo mentore, il Dr. Edwin Shneidman, che nel 1957 aveva scritto il libro “Clues to Suicide” e oggi considerato padre della “suicidologia”. Quasi 70 anni fa, il Dr. Shneidman stava investigando sul suicidio di due soldati americani e si recò presso l’ufficio del coroner di Los Angeles per ottenere il materiale a riguardo. Uno dei due soldati aveva lasciato un biglietto, mentre l’altro no. Quando chiese spiegazioni alla segretaria dell’ufficio, questa gli regalò la sua collezione di 800 biglietti d’addio fotocopiati, che aveva raccolto in preda ad una sorta di compulsione. “Siamo tutti intrigati dalla vita e dalla morte” - spiega il Dr. Leenaars.
E’ cominciata così la collezione, poi arricchita con altri biglietti degli uffici dei coroner, o donati dalle famiglie che volevano sostenere la ricerca sul suicidio. Di questi, alcuni sono brevissimi, appena tre righe scritte a mano, altri raggiungono le 23 pagine scritte a macchina, alcuni sono macchiati di caffè, altri mostrano le tracce delle lacrime.
Differenze individuali
Il suicidio è una della prime cause di morte e riguarda uomini e donne, dall’adolescenza alla mezza età. Ecco perchè raccogliere tracce della mente di un suicida potrebbe salvare molte vite. “Il sucidio non è come il rame o l’acqua, per cui tutti i fili di rame conducono l’elettricità e tutte le acque congelano a zero gradi .” – sottolinea il Dr. Leenaars. Ogni suicida è diverso, una storia a sè.
Gli adolescenti, ad esempio, secondo lo psicologo, sono meno propensi a lacisare biglietti d’addio – solo 8 delle mille note considerate nel campione appartenevano ad adolescenti -, inoltre le loro menti sono più rigide. Tendono a pensare per assoluti, spesso utilizzando parole quali “nessuno”, “tutti”, “solo”, “sempre” e “mai”. Gli anziani invece, rispetto agli adolescenti, sembrano molto più decisi e consapevoli di quello che stanno per fare (almeno da quanto si evince nei biglietti).
Anche l’area geografica porta delle differenze. I canadesi si tolgono la vita molto più spesso degli Americani e i teenagers maschi canadesi si suicidano il 50% in più rispetto agli Americani. Possiamo distinguere anche tra culture “individualistiche” come quelle occidentali e “collettive”, come ad esempio la Turchia. Nei biglietti provenienti da questo paese, ad esempio, si evince una maggiore tendenza a nascondere e a mentire, poichè il suicidio per le culture islamiche è un affronto a Dio. Nei biglietti russi o Lituani invece, c’è molta rabbia verso gli altri o verso lo Stato.
Il metodo
Le note non vengono esaminate frase per frase, ma concetto per concetto. Il Dr. Leenaars ha individuato 35 concetti di base, che vengono utilizzati dal suo staff composto da psicologi e psichiatri, per analizzate i biglietti ed estendere così il campo della suicidologia.
Qualche esempio di concetto: “L’aggressività del soggetto è stata reindirizzata all’interno.”; “Il soggetto riporto un storia traumatica”; ” Il soggetto si trovava in uno stato disturbato e si sentiva rinchiuso”. Il concetto numero 15 ad esempio, che recita” Il soggetto mostra un serio disturbo dell’adattamento”, non è molto compassionevole ed è tra quelli utilizzati dal Dr. Leenaars per classificare i biglietti d’addio lasciati dal cantante dei Nirvana Kurt Cobain e da Adolf Hitler. Il concetto numero 15 ha 7 sottosezioni che denotano diversi disturbi mentali, come schizofrenia, disturbi d’ansia, disturbo borderline di personalità, depressione e disturbo bipolare. Il disturbo bipolare, in particolare, è deducibile secondo Leenaars anche dal semplice biglietto. “I bipolari tendono a togliersi la vita quando sono in uno stato maniacale e i loro biglietti sono come flussi di coscienza ininterrotti, il loro linguaggio scorre sempre più velocemente.”
Sebbene la malattia mentale sia un fattore prevalente nel suicidio, il Dr. Leenaars sottolinea come sia un falso mito sostenere che tutti quelli che si tolgono la vita siano depressi. “Il vero aspetto letale è il senso di oppressione” - afferma -“l’incapacità di affrontare un dolore insopportabile.” L’angoscia è il tratto più comune tra i suicidi. Altri tratti tipici sono una visione limitata, ambiguità rispetto alla vita e la morte, un disturbo psichico, un Io fragile, difficoltà relazionali, la salute, l’aggressività e il desiderio di scappare dalla realtà.
“Questo studio rivela che il suicidio ha una storia complessa” - afferma Leenaars, che ha avuto il suo primo incontro con il suicidio a 11 anni, quando un compagno di classe si tolse la vita. Spesso nasce dalla perdita di una persona amata, ma può essere anche un omicidio a 180 gradi, una sorta di aggressione, come si evince dalle note in cui leggiamo “A proposito, felice festa del papà” o “Buon compleanno”.






















2 Commenti
complimenti Lucia, come sempre chiarissima ed utile
Grazie mille Paola, sono contenta di esserti stata utile!