Quante cose neghiamo a noi stessi perchè non abbiamo la forza di affrontarle? Talvolta questo ci aiuta a sopportare le difficoltà della vita quotidiana, talvolta portando la negazione alle sue estreme conseguenze corriamo grossi rischi: è il diniego, meccanismo di difesa classico, ma ancora di grande attualità.
Descritto per la prima volta da Freud, il diniego è un meccanismo di difesa che consiste a grandi linee nel rifiuto di portare alla consapevolezza verità dolorose o difficili da accettare.
Alcuni esempi? Una donna mentre fa la doccia sente un nodulo nel seno. Non è doloroso e và di fretta, così lo ignora e và a lavoro. Per anni continua a fare lo stesso ogni giorno, finchè non arriva a tragiche conseguenze. Una maestra segnala alla mamma di una sua allieva che la bambina manifesta segni di ritardo. La madre si mostra offesa e decide di ritirare la bambina da quella scuola perchè ritiene che le maestre vogliano “etichettarla”. Un ragazzo sta subendo un progressivo abbassamento della vista, ma rifiuta ogni aiuto e preferisce urtare contro gli ostacoli piuttosto che ammettere a se stesso che sta diventando cieco.
Questi non sono che esempi di un meccanismo che quotidianamente adoperiamo, talvolta con estreme conseguenze, come nel caso del cancro al seno. Molto spesso, però una piccola dose di diniego ci aiuta a sopportare realtà difficile e scomode che potrebbero gettarci nello sconforto.
“Nella prospettiva psichiatrica, il diniego è un mezzo che usiamo per proteggere il corpo e la mente dalle verità scomode” – afferma Terry Rabinowitz, direttore medico del sevizio di consultazione psichiatrica della Fletcher Allen Health Care di Burlington, Vermont.” Pensate all’intero sistema nervoso come ad un insieme di gruppi di diversi altoparlanti: il diniego è un modo per la mente di abbassare il volume su alcune frequenze fastidiose.”
Freud pensò a questo meccanismo come a qualcosa di molto patologico ed in effetti in alcuni casi lo è. Lillie Shockney, direttrice amministrativa del Centro per il cancro al seno Johns Hopkins Avon Foundation, sopravvissuta due volte a questa malattia, afferma di vedere almeno un caso di diniego al mese. “Questi pazienti arrivano al pronto soccorso con dolori fortissimi” – afferma- “non al seno, ma alla schiena o ai polmoni, perchè ormai la malattia è ovunque.” La Shockney spiega che quando la paziente si spoglia, il tumore è diffuso su tutto il seno ed estremamente visibile. Queste donne ammettono che il loro seno è in queste condizioni da anni, ma quando viene chiesto loro se hanno mai pensato che potesse essere un cancro, spesso rimangono in silenzio. Certo, questi sono casi estremi, tuttavia, tutti coloro che soffrono di una patologia che mette in pericolo la vita, per sopravvivere all’angoscia mettono in atto qualche forma di diniego.
Aldilà delle forme estreme, il diniego dopo una diagnosi nefasta è un meccanismo di difesa molto efficace che aiuta ad alleviare l’ansia e a gestire l’enorme stress che la persona dovrà subire nell’affrontare le cure e la lotta per la vita. Un diniego in piccole dosi, in cui il paziente è consapevole della sua malattia, ma rifiuta di credere che potrà morire o che con la chemio perderà i capelli, aiuta a preservare le energie necessarie e a mantenere lo spazio mentale er non deprimersi troppo. E’ anche vero che senza consapevolezza si rischia di morire, perchè non si ritiene opportuna o si rimanda la cura, intervenendo così quando è troppo tardi.
Donald Northfelt, oncologo specialista in cancro al seno da oltre vent’anni presso la Mayo Clinic, sostiene che “Il diniego in qualche modo può essere qualcosa di salutare perchè può aiutare il paziente a superare cose che sarebbero troppo traumatiche se fosse costretto ad affrontarle direttamente.” Northfelt ricorda che quando era un tirocinante, si sentiva molto frustrato e indignato per il diniego dei pazienti. Oggi, con l’esperienza ha una comprensione maggiore di questo atteggiamento e lo vive con compassione. Il medico è obbligato ad informare il paziente con la massima chiarezza delle sue condizioni, ma spesso deve imparare a trovare dei compromessi con i suo bisogni emotivi e culturali.
“Un paziente può dirmi che non vuole sentire la parola cancro, che non crede di avere un cancro o che non vuole pensarci” - continua l’oncologo- “Ma quando gli chiedo se ha intenzione di lasciarmi fare quello che io ritengo sia il meglio per lui e il paziente mi risponde di sì, posso anche lasciar perdere l’esplicita menzione della parola cancro nelle nostre conversazioni.” Secondo questi esperti, quando il diniego per questi pazienti è l’unico modo per affrontare il dolore e la paura, allora può essere adattivo. Per loro, il diniego non va affrontato in modo diretto e aggressivo, perchè questo atteggiamento non fa che amplificarlo.



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