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Intervista al Professor Barbetta (2 parte)

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Prosegue l’intervista a Pietro Barbetta, Psicoterapeuta e Professore di Teorie Psicodinamiche presso l’Università di Bergamo.


Gentile Professore,

Non solo gli operatori del settore, ma anche molte persone che hanno fatto esperienza di psicoterapia, accusano la psicologia di essere troppo teorica e lontana dalle persone. Che messaggio si sentirebbe di mandare a queste persone?

La psicoterapia avviene quando si crea una relazione, questo non significa affatto che si debbano fare 4 incontri settimanali per 10 anni. E’ una pratica che favorisce la possibilità di prendersi cura di sé, di dedicare una spazio per ascoltarsi. Può essere uno spazio personale, gruppale o familiare, ma sta andando avanti quando le persone presenti si trovano nel dialogo e hanno fiducia che, attraverso la conversazione, possano emergere nuovi temi per pensare o ripensare la propria storia personale o familiare. La psicoterapia non è una tecnica per guarire. I mei fallimenti nel mio lavoro, e in oltre vent’anni ce ne sono stati e sono stati per me elemento di riflessione seria, sono avvenuti ogni volta che la persona che domandava la terapia mi ha investito di capacità taumaturgiche che avevano la funzione di evitare di essere lei/lui il protagonista della propria storia, ogni volta che non sono riuscito a trasformare questa domanda in un’interpellazione che portasse il soggeto a pensarsi come responsabile della propria vita e del proprio desiderio. Se i miracoli esistono in terapia, una cosa è certa: non li fanno i terapeuti, ma sempre i pazienti.

Il messaggio a queste persone: avete confuso la pratica psicoterapeutica con la pratica medica. Questo è in gran parte dovuto a noi psicoterapeuti che non riusciamo a trasmettervi che noi non frequentiamo quel tipo di linguaggio, non apparteniamo al dominio medico, ma al dominio sociale, esistenziale, filosofico. Per esempio, noi non guariamo. In quel caso si va dal medico, noi ascoltiamo, domandiamo, conversiamo, dialoghiamo, usiamo il linguaggio: quello verbale, quello scirtto, quello dell’arte, quello del corpo, cerchiamo insieme alle persone che si rivolgono a noi di trovare spazi per la cura di sé, per ritrovare la responsabilità umana di fronte alla propria vita. Possiamo anche parlare della diagnosi, però per noi la diagnosi è il prodotto del discorso che inserisce certi linguaggi del soggetto in categorie definite nella storia del discorso psichiatrico, una persona può avere una diagnosi di schizofrenia, ma noi vediamo quella persona come unica, conversiamo con lei in quanto soggetto, con un nome, mentre la diagnosi è una catalogazione categoriale delle sue condotte. Non neghiamo la diagnosi, fa parte del discorso clinico che anche noi abitiamo, ma la psicoterapia è presente là dove incontirmo quella persona, quel corpo in carne e ossa, con una biografia unica e irripetibile. Insomma la psicoterapia, per farla, bisogna sceglierla, la scelta della psicoterapia è già un passo dentro la psicoterapia.

Anche se mi rendo conto che le sto proponendo una sfida ardua, si sentirebbe di sintetizzare il pensiero degli autori di riferimento che approfondirà nella sua “tre giorni” (Bateson, Deleuze, Foucault, Butler), in una massima che guidi il lavoro degli operatori della salute mentale?

Tutte le pensatrici e i pensatori che tratteremo in “Pensar la clinica” condividono sotto diverse prospettive, le premesse che ho esposto sopra. Ci sono psiconaliste, come Julia Kristeva o Elisabth Roudinesco, pensatori che hanno pensato, sotto diversi profili, i sistemi – sistemi di pensiero, sistemi di significato, linee di derivazione – come Gregory Bateson, Michel Foucault, Gilles Deleuze – e filosofi contemporanei che si occupano di ascoltare la differenza: Judith Butler, Alain Badiou, Jean-Luc Nancy e Girogio Agamben. Gli autori sono tra loro molto diversi, non sono scelti perché condividano qualcosa in particolare, nelle successive edizioni, che pensiamo di riproporre all’estero, varieranno. In comune hanno, dal mio punto di vista e credo anche dal punto di vista di Marcelo Pakman, spunti di riflessione per la clinica psicoterapeutica. Diretti, come il tema dell'”ordine semiotico materno” di Kristeva, o la ricerca storica intorno alla “cura di sé” di Foucault, o indiretti: alcune opere di Agamben sono state tema di riflessione per Pakman in relazione alle questioni che coniugano/differenziano giustizia e psicoterpia, ho avuto modo di scambiare con lui questi pensieri intorno al contributo di Agamben, credo che Pakman e Agamben condividano un modo di sentire che si annoda con la cultura e il popolo ebraico al quale entrambi appartengono. Così le ultime riflessioni di Elisabeth Roudinesco intorno al disordine familiare, che mi hanno portato a curare (insieme alla traduttrice Adriana Valle) e a scrivere una postfazione al testo, hanno suscitato in me un grande interesse per la ricerca di un terreno d’incontro tra psicoanalisi e terapia familiare sistemica.
Tutti questi pensatori pensano o creano strumenti per “pensar la clinica” come a una “pratica sociale critica” e, nello stesso tempo, come a uno spazio nel quale possono accadere “momenti poetici”, per usare due termini cari a Pakman.

Il suo ultimo libro “I linguaggi dell’isteria”, edito da Mondatori, ripropone una patologia psichiatrica oggi eliminata dal DSM IV come categoria diagnostica a sé e considerata quasi estinta rispetto ad altri disagi che sembrano “andare di moda” nella nostra epoca. Qual è l’attualità di questa malattia e come la lega ad altri disagi maggiormente presenti nei mass media e quindi nell’immaginario collettivo(ad esempio l’anoressia, che mette a paragone con l’isteria in un suo precedente volume)?

Sono anni che mi occupo e studio tre principali gruppi di disordini: i disordini alimentari, le psicosi e l’isteria. I titoli dei testi (“Anoressia e isteria” di Cortina, “Lo schizofrenico della famiglia” di Meltemi, quest’ultimo) e dei capitoli dei miei lavori più clinci insistono su queste tre categorie diagnostiche. Perché? La ragione è che permettono al clinico di pensare al proprio lavoro dentro a un quadro storico-culturale più ampio, che dà senso alla clinica come attività antroposociale. La clinica psicoterapeutica non può essere praticata allo stesso modo in cui si pratica una qualsiasi attività professionale. Per darle un’idea: somiglia più all’architettura, che all’ingegneria, più al cinema che alla televisione, più all’editoria che alla stampa. In altri termini: richede cultura oltre che tecnica.
I sintomi che, come lei dice, sembrano andare alla moda, non sono sempre nuove manifestazioni, più spesso sono nuovi nomi che vengono dati a manifestazioni sintomatiche che antecedentemente componevano un quadro diagnostico più complesso. Spesso queste rinominazioni e scomposizioni dei quadri diagnostici hanno più a che fare con la necessità di far prevalere, in modo inconscio, alcune teorie rispetto ad altre. Prendiamo per esempio gli attacchi di panico, che un tempo erano uno dei sintomi che andavano a comporre il quadro isterico, oggi vengono considerati sintomi a sé, scotomizzati dal quadro diagnostico isterico. Se cercassimo una ragione di questa scelta “scientifica” partendo dall’analisi del discorso psichiatrico, dovremmo pensare che questa sintomatologia va nella direzione della spoliazione del quadro isterico dai suoi sintomi per rendere vuota la categoria “isteria”. Perché? Se analizziamo il discorso diagnostico partendo dall’evoluzione delle varie edizioni del DSM troviamo che questo trend si accompagna con l’eliminazione progressiva di termini, frasi, spiegazioni psicodinamiche a favore di termini, frasi, spiegazioni comportamentali. Di nuovo, perché? Per ottenere risultati farmacologici che sono direttamente osservabili sul singolo sintomo (attacco di panico) piuttosto che su un quadro diagnostico complesso, che invece mette in questione l’intera esistenza della persona. Se ti viene un attacco di panico prendi un ansiolitico e ti passa, ma se l’attacco di panico è, per esempio, un episodio dissociativo che si manifesta anche in altre circostanze, in maniera differente, meno aggressiva, che ti inchioda e t’impedisce di portare avanti i tuoi studi, che è legato ad alcuni episodi familiari che pensi di dover rimediare tu e dai quali non puoi differenziarti, oppure se lo annodi all’esperienza di avere avuto un genitore malato, che tu da piccolo hai dovuto curare, noncurante della tua infanzia, ecc. Tutto ciò non si cura con le benzodiazepine, certamente. Se prendi l’ansiolitico ti passa l’attacco di panico, se fai una psicoterpia c’è il rischio che ti laurei e segui i tuoi ideali e le tue passioni. L’una cosa non esclude l’altra, ma se con la psicoterapia rielabori le ragioni del tuo disagio nel tessuto della tua vita, forse smetti con le benzodiazepine, sennò te le tieni per la vita e, dopo vent’anni, hai qualche problema con la memoria e il ragionamento.
“I linguaggi dell’isteria” è un’indagine che segue passo passo l’isteria, dall’epoca di Charcot (anche prima) fino alle attuali relazioni familiari isteriche, o alle malattie psicosomatiche dei migranti. E’ scritto per tutti, è relativamente breve e ci sono persino le immagini in fondo al libro, infine costa poco, io vorrei che tutti lo leggessero, lo discutessero e potessero avere nuovi elementi per “pensar la clinica.”

Ringraziamo il Professor Barbetta per la sua disponibilità e ricordiamoche chi fosse interessato alle giornate di studio “Pensar la clinica”, può consultare il sito www.bidieffe.net per il programma completo e le modalità d’iscrizione o inviare una mail all’indirizzo pensarlaclinica@gmail.com.

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