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Intervista a Pietro Barbetta (1 parte)

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Oggi Psicozoo ha il piacere di intervistare Pietro Barbetta, Psicoterapeuta e Professore di Teorie Psicodinamiche presso l’Università di Bergamo, che ha lavorato e fatto formazione in tutto il mondo.


Ci piace parlare di lui e con lui perchè non si è limitato a stare dietro la cattedra, ma con la sua esperienza decennale nella clinica, ha molto da dirci.

Oltre ad essere docente universitario e ad esercitare la professione di psicoterapeuta, il Professor Barbetta è Didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia e   Docente di Dottorato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra le sue pubblicazioni annoveriamo “Anoressia e isteria” (Cortina), “Figure della relazione” (ETS), “Lo schizofrenico della famiglia” (Meltemi) e il suo ultimo lavoro “I linguaggi dell’isteria” (Mondadori).

Pensar la clinica – 7,8 e 9 Ottobre 2010

Gli addetti ai lavori, che siano specialisti e operatori della salute mentale (psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, counsellor, infermieri, educatori), o che svolgano ricerca e studino in ambito umanistico (filosofi, antropologi, sociologi e altri studiosi di scienze umane), potranno incontrare il Professor Barbetta nelle giornate di studio, che terrà insieme a Marcelo Pakman,  Psichiatra di comunità, psicoterapeuta individuale e familiare, Giovedì 7, Venerdì 8, Sabato 9 Ottobre 2010. Le giornate di studio dal titolo “PENSAR LA CLINICA” si propongono come occasione di riflessione tra gli operatori della salute mentale rispetto all’allargamento del divario tra teoria e pratica clinica, a cui assistiamo drammaticamente in questa epoca di iper-tecnologizzazione.

Chi fosse interessato può consultare il sito www.bidieffe.net per il programma completo e le modalità d’iscrizione o inviare una mail all’indirizzo pensarlaclinica@gmail.com.

Intervista a Pietro Barbetta

Gentile Professore,

comincio da una curiosità personale.
Lei ha lavorato molto all’estero, soprattutto nei paesi di lingua ispanica. Quali sono le differenze che ha riscontrato nella pratica psicoterapeutica e nella formazione tra l’Italia e gli altri paesi in cui ha operato?

Con la Spagna si tratta fondamentalmente di problemi di legislazione riguardo alla formazione in psicoterapia. Se volessimo aprire io e Lei una scuola di psicoterapia di un certo orientamento, in Spagna, dovremmo rivolgerci a un’associazione regionale che fa capo a un approccio terapeutico, naturalmente saremmo colleghi conosciuti per la nostra esperienza clinica (ovviamente) dovremmo presentare i nostri programmi, spiegare il nostro approccio, presentare le nostre pubblicazioni ecc. e otterremmo l’autorizzazione (oppure ci chiederebbero supplementi di colloquio, oppure ci risponderebbero negativamente, con ragioni “ragionevoli”) giusto al termine di quel colloquio. In Italia c’è una commissione nazionale cui inviare una quantità incredibile di documenti via internet (compresa la dichiarazione di possedere due estintori, che mi pare c’entri poco con la psicoterapia e altri nonsensi di questo tipo, come strani calcoli sullo spazio in metri quadrati necessario per ogni studente). Si aspetta, si aspetta, si aspetta, e poi quasi sempre si ricevono risposte poco attese, che fa sempre pensare che le risposte “attese” le avranno solo quelli che sanno già, prima ancora di presentare i documenti, che l’avranno. Per riassumere direi che il modello spagnolo è liberal-democratico e quello italiano clientelar-burocratico.
Con i paesi latinoamericani invece c’è una questione culturale di fondo che riguarda le linee di fondo dei percorsi formativi. Mentre in Europa e negli Stati Uniti sempre più la psicologia è vista come una professione, per così dire, tecnica, dipendente dal dominio medico, legata a sistemi di valutazione epidemiologici che si fondano sulla statistica e a questioni di rimborsi economici legati al risparmio delle assicurazioni o della spesa pubblica, che ha portato al dominio di terapie comportamentiste o a concezioni riabilitative sottomesse al dominio farmacologico, in America Latina, la psicoterapia ha sempre mantenuto una propria autonomia dal discorso medico. In una prima fase legandosi al discorso sociologico e al tema delle condizioni di oppressione e di povertà della grandi masse, successivamente legandosi alle riflessioni antropologiche e sopratutto filosofiche. Non cè da stupirsi che una/o psicologa/o brasiliana/o studi Foucault e conosca il pensiero di Judith Butler e li usi come strumenti di riflessione riguardo alla proprie pratiche cliniche, una/o psicologa/o europea/o raramente capisce di che cosa si sta parlando, in questi casi. Magari ha imparato per benino come si somministra un test proiettivo, o come si usa il programma che elabora i dati inseriti dal paziente nell’MMPI-2, ma la filosofia è generalmente considerata astrusa e poco interessante per la professione. Il risultato è che, di fronte alle domande emergenti da una grave crisi, non solo economica, ma sopratutto sociale, culturale e umana, come quella che stiamo attaraversando, la figura professionale dello psicologo rischi di essere del tutto marginale per mancanza di pensiero, per ecceso di tecnologie basate sul “problem solving” in un mondo in cui i problemi non si possono risolvere più, ma, nel migliore dei casi, possono essere gestiti.
Quando mi è capitato di partecipare a iniziative analoghe alle giornate di studio che io e il Prof. Marcelo Pakman proponiamo, e che abbiamo intitolato, con una locuzione bilingue, “Pensar la clinica”, c’era sempre il raggiungimento del numero massimo dei partecipanti e una folta graduatoria esclusa dall’iniziativa, che era limitata all’accoglienza di 60 allievi, per la vasta partecipazione di colleghi Colombiani, Argentini, Brasiliani, Venezuelani, Cileni, Messicani, Portoricani, ecc. Poi c’era un certo numero di colleghi spagnoli, qualche portoghese e qualche italiano (questi corsi erano in lingua spagnola, e le lingue “affini” erano il portoghese e l’italiano, ma i Brasiliani erano sempre decisamente di più degli italiani e dei portoghesi, per esempio).

Come scrive nella presentazione delle giornate di studio che terrà ad ottobre, “La visione prevalente della psicoterapia come pratica tecnologica ha condotto molti operatori a considerare superflua la teoria, poco utile e lontana dai problemi della cosiddetta salute mentale.” Come e in che misura la teoria può e deve incontrarsi con la pratica clinica?

Gregory Bateson

Viviamo in un mondo dominato dalla tecnica. E nessuno ormai osa più negare che in ciò ci sia una stortura antiecologica, lo aveva visto già in uno scritto del 1968 Gregory Bateson. In “La finalità cosciente e la natura” Bateson coglie un problema attuale: la finalità cosciente ha effetti antiecologici, non stiamo parlando solo dell’inquinamento atmosferico, ma anche delle storture mentali presenti in quelle condotte diffuse che ci propongono il benessere come fitness (che poi significa adattamento). Piano piano ci si accorge che tutta una serie di tecnologie, esaltate come toccasana, hanno effetti collaterali devastanti, fu un errore che coinvolse anche il giovane Freud con la cocaina. Sappiamo che l’eroina fu messa sul mercato dalla Bayer come prodotto miracoloso nella cura di malattie che andavano dal mal di gola alla cura dalla dipendenza da morfina, Freeman, l’inventore della pratica della lobotomia come “trattamento ambulatoriale” o addirittura “domiciliare” fu esaltato per anni come un grande medico e Moniz ricevette addirittura il premio Nobel per la scoperta della cosidetta “leucotomia prefrontale”, potremmo continuare con le tecnologie “problem solving”, fino ad arrivare all’esaltazione del prozac come pillola della felicità e alla attuale “scoperta” dei rischi della sua assunzione da parte di pazienti gravemente depressi. Io non voglio denigrare la tecnica in modo totalizzante, la tecnica medica ci cura da malattie gravi, un tempo inguaribili, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, naturalmente. Ma cosa c’è dietro queste sorprese? Cosa c’è dietro l’affermazione che una tecnica (mi riferisco anche alla tecniche psicologiche) funziona? Qualcuno aveva affermato: “si funziona! Per il peggio”. C’è l’assenza di un pensiero, l’assenza di una riflessione etica che derivi dalla filosofia. Quando l’etica diventa uno strumento politico-economico per sostenere che “questa è la soluzione giusta”, c’è sempre dietro una potenza economica che deve guadagnare. E’ umano: i rimborsi per le prestazioni sanitarie in Lombardia servono per orientare le cliniche a spostare i loro interventi dove i rimborsi producono maggiori benefici economici. Lo sanno tutti. Il pensiero serve a pensare ai risultati di questo, a vedere che, se la finalità cosciente è promuovere la libera scelta dei cittadini, l’effetto (consapevole o meno) è quello di produrre storture nel sistema sanitario. La buona fede sta nell’accorgersi di questo e cambiare, la malafede nel continuare a negare una cosa che sta sotto gli occhi di tutti, no?
Ebbene il pensiero è il momento dell’esitazione, è il momento in cui si riflette, si osservano i fenomeni e si valutano senza subire pressioni, ci vuole coraggio a pensare. La filosofia per me è questo, è una filosofia empirica, che mi permetta di riconoscere i miei errori, di non cancellarli, di non far finta di niente. Il suo utlimo ciclo di lezioni al Collège de France, prima di morire, Foucault lo aveva intitolato: /Il coraggio della verità/, quella verità che il pensiero classico, da Euripide a Gregorio Nazianzeno, aveva chiamato con la parola greca /parresia/. Parlar franco o, in inglese, /free speech/.

Crediamo che la funzione dello psicologo sia ridotta a quella di valutare l’intelligenza di una persona? Di riabilitare un paziente con quei sintomi oggi definiti “attacchi di panico” portandolo al supermercato e distraendolo con la valutazione del prezzo della verdura quando gli viene la crisi? Oppure pensiamo che la nostra professione ha un ruolo sociale? Pensiamo che nel suo studio uno psicoterapeuta possa accettare di seguire un mafioso che gli chiede di fargli passare le crisi d’ansia quando ammazza chi non gli paga il pizzo? Come si vede in certi serial televisivi americani?
Oppure pensiamo che il ruolo dello psicoterapeuta sia quello di trasformare la richiesta di aiuto di una persona che soffre attraverso una ridefinizione della sua biografia e della sua posizione nel mondo? Quando un paziente viene in terapia accusando l’altro di essere responsabile di tutti i suoi disagi e disordini mentali, che facciamo? Pensiamo di suggerirgli di denunciarlo, di farlo sparire, di ammazzarlo? Oppure cerchiamo di aiutarlo a riflettere su come mai la sua storia relazionale l’ha condotto in quella situazione? E’ chiaro che non sto parlando ancora delle situazioni in cui una persona ha subito abusi e maltrattamenti, anche perché, paradossalmente, chi si trova in questa situazione spesso fa cadere (irresponsabilmente) su di sé una responsabilità che non ha avuto. Come ragioniamo sul tema delle vittime di stupro, di guerra, di abuso, che spesso si sentono colpevoli di avere “istigato” il perpetratore, se non abbiamo letto Primo Levi o Giorgio Agamben? Che tipo di empatia, di condivisione affettiva possiamo sentire se ci limitiamo a tecnologie che, a breve, producono risultati stupefacenti? Come possiamo essere certi che un tecnica suggestiva che funziona in tre-quattro incontri non contribuisca a produrre effetti catastrofici cinque anni dopo? La ricetta è semplice: bisogna non leggere una riga di filosofia, bisogna essere tecnici acefali.

….Continua

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