Vengono definite ipocondriache quelle persone che amplificano ogni segno proveniente dal loro organismo interpretandolo come sintomo di una grave malattia. Oltre ad essere molto drammatica per chi la vive, l’ipocondria ha costi molto elevati per il Sistema Sanitario Nazionale, occupando un quinto del tempo che i medici trascorrono nel loro posto di lavoro, con una spesa pari a 2,8 miliardi di euro l’anno.
Lo ha calcolato uno studio condotto in Gran Bretagna, secondo cui tutti coloro che corrono all’ospedale, o peggio al pronto soccorso anche per un raffreddore o un mal di testa, paventando una broncopolmonite o un ictus incipiente, costano circa 2 miliardi di sterline l’anno, per non parlare del tempo che sottraggono a chi ne avrebbe davvero bisogno. I numeri parlano chiaro: 8,4 milioni di visite spese per mal di schiena, 5,3 milioni per raffreddori, 2,6 per tosse, 2,4 per acne. Nell’arco di appena un decennio, vale a dire dal 1987 al 2007, le visite “non indispensabili” sono aumentate di ben il 18%.
I ricercatori, tra cui medici, infermieri e altri operatori sanitari, lanciano l’allarme attraverso una lettera che sta facendo il giro dei luoghi di cura del Regno Unito, in cui puntano il dito contro i malati immaginari e propongono una serie di interventi per insegnare ai cittadini a riconoscere e a curare da soli i piccoli malanni quotidiani.
A mio avviso la soluzione proposta dai camici bianchi è piuttosto semplicistica: una persona ipocondriaca è realmente convinta di avere un grave malanno e se anche si rende conto di esagerare, è preso da una tale angoscia che non riesce ad impedirsi di correre dal medico. Come possiamo quindi pensare che questi pazienti identifichino il loro sintomo fisico come lieve e si curino da soli? E se anche lo facessero, sarebbero così lucidi da prendere un’aspirina piuttosto che qualcosa di più drastico per il loro raffreddore?
Che cos’è l’ipocondria
Secondo il DSM-IV, l’ipocondria è “la preoccupazione legata alla paura, oppure alla convinzione di avere una malattia grave, basata sull’erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del paziente”. Tale preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriata. La preoccupazione è tale e causa un tale senso di disagio da comportare una menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti della vita del paziente.
La conseguenza di tutta questa paura, in cui sintomi fisici reali (un banale mal di testa, la stitichezza, un bruciore di stomaco), anche se non gravi, vengono amplificati e vissuti come segnali di una terribile malattia in atto, è il continuo ricorso ai più svariati medici e specialisti. Quando dalle analisi mediche non risulta nulla, gli ipocondriaci spesso non si sentono rassicurati, anzi possono convincersi di avere qualcosa di raro che nessun medico riesce ad interpretare. La diffusione del web purtroppo non è di aiuto a questi pazienti, che navigano alla ricerca di un nome per le loro ipotetiche mallatie e attribuendosele tutte, finiscono per aumentare l’ansia.
Le idee ipocondriache di solito sono intrusive, cioè occupano buona parte dei pensieri della persona, senza che questa riesca a liberarsene. L’attenzione per le percezioni corporee si fà spasmodica, per cogliere qualunque indizio di una possibile malattia. Cronicizzandosi questo sintomo comporta un’amplificazione delle percezioni, mentre normali sensazioni corporee (stanchezza, pesantezza addominale dopo pranzo, tachicardia dopo una corsa, ecc.) vengono interpretate in maniera errata.
Per quanto complessa, l’ipocondria non è in sè una patologia psichiatrica (checchè ne dica il DSM), ma solo il sintomo di un modo di stare con se stessi. La focalizzazione ossessiva sulle sensazioni fisiche può avere diversi significati e funzioni secondo la struttura di personalità di chi ne soffre. Per alcune persone, ad esempio, focalizzarsi sul corpo e riempire la mente di pensieri monotematici, le aiuta a non pensare, o a non dover prendere contatto con le emozioni che certe sensazioni fisiche sottendono. Sentire e sforzarsi di dare un nome ed una connotazione emotiva alle proprie sensazioni fisiche, infatti, significa prendere consapevolezza di come stiamo con noi stessi e con gli altri, del nostro modo di stare al mondo. Un esempio maccheronico: se inconsapevolmente ho paura di legarmi ad una persona che sento sta diventando importante per me, preferisco interpretare le farfalle nello stomaco come sintomo di un’ulcera incipiente piuttosto che della paura e della gioia che accompagnano l’innamoramento.
Cosa fare
Non esistono farmaci specifici per l’ipocondria, se non i classici ansiolitici o gli antidepressivi serotoninergici usati nelle forme ossessive. Solitamente è opportuno ricorrere ad una psicoterapia che vada oltre il sintomo, per capire il suo significato profondo nella vita del paziente. L’ingresso del paziente in terapia raramente è spontaneo, così come non è facile il trattamento, perchè spesso il paziente non riconosce l’origine psicologica dei suoi presunti disturbi. Dovrebbe essere il medico di famiglia o il personale dell’ospedale a cui si rivolge a riconoscere questo sintomo e ad indirizzare la persona da uno specialista. Spesso purtroppo questo non accade: i medici rimandano a casa il paziente con le sue paure, talvolta con rabbia per il tempo che hanno perso, senza comprendere che in questo modo lo vedranno rispuntare dopo poco alla ricerca di una diagnosi.
Se il Sistema sanitario Nazionale desidera risparmiare denaro e tempo, non può sperare in un’autodiagnosi da parte degli ipocondriaci, ma indirizzarli verso gli specialisti competenti che li aiutino a dare il giusto nome alle loro sensazioni corporee.
[Gli ipocondriaci? Costano «un occhio» al Sistema Sanitario - Corriere.it]
[Ipocondria - Guidaconsumatore.com]






















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