Giorno della memoria: psiche dell’olocausto

olocausto numero

Il 27 Gennaio in Italia e in molte altre Nazioni è il giorno della memoria. Quando parliamo di memoria non possiamo non pensare all’olocausto, specialmente nel giorno che ci riporta alla stessa data del 1945, quando le truppe sovietiche dell’armata rossa arrivarono nella città polacca di Auschwitz, scoprendo gli orrori del campo di concentramento più tristemente conosciuto.


Il terribile tentativo nazista di eliminare tutti gli Ebrei dalla faccia della terra ebbe fine più di 50 anni fa, eppure la tragedia dell’Olocausto ci lascia ancora senza fiato e continua ad essere un tema centrale in molti film e libri, nonchè fonte di dibattito ogni qualvolta lo spettro della persecuzione si affaccia nella storia odierna. Gli studi psicologici sull’olocausto, sulle sue vittime e superstiti e sui suoi perpetratori sono importanti, non solo per capire cosa è accaduto, ma anche per prevedere e chissà, magari evitare che si ripeta in futuro.

Le ricerche sulla Psicologia dell’olocausto comprendono le ipotesi sul perchè le persone si siano rese partecipi del genocidio, le analisi dei testimoni e dei sopravvissuti e lo sviluppo di interventi che possano aiutare a prevenire l’escalation di conflitti etnici o ad attutirne le conseguenze. Questi studi hanno contribuito a migliorare le conoscenze rispetto al disturbo post-traumatico da stress, alla trasmissione del trauma alle generazioni successive e alle possibilità di far fronte a tragedie e stress estremi.

La scoperta del campo di Auschwitz scioccò il mondo: per milioni di persone quel luogo significò la fine, per chi è vissuto in quel periodo, la guerra è rimasta un marchio indelebile, attraverso il quale misurare tutto il resto della vita. Perfino chi è nato dopo che fosse chiuso si porta dentro i suoi effetti e tutti i suoi strascichi. L’omicidio di massa di 6 milioni di persone, compresi 1 milione e mezzo di bambini, ci è rimasto nella memoria anche attraverso film, libri, poesie e soprattutto fotografie. Queste immagini sono così vivide nella nostra memoria individuale e culturale, che la parola olocausto è stata usata come metafora per l’oppressione cinese del Tibet e le guerre civili in Somalia, Ruanda e Yugoslavia.

L’olocausto ci ha lasciato tante questioni aperte a cui solo in parte abbiamo dato soluzioni: come è iniziato, come ogni persona si è assunta un ruolo al suo interno, come si può prevedere ed evitare una simile violenza. Domande molte, ancora poche risposte.

Spiegare l’Olocausto

I leaders nazisti pianificarono accuratamente l’eliminazione di tutti gli Ebrei europei e portarono a termine due terzi del loro obiettivo, con l’aiuto attivo di migliaia di persone di paesi diversi e quello passivo di milioni di altre. Come è stato possibile? Sicuramente si verificò una combinazione di fattori storici, sociologici, economici, geografici e culturali.

I meccanismi percettivi dell’assimilazione e del contrasto ((Secondo Sherif e Hovland, l’atteggiamento del soggetto costituisce un’ancora di giudizio con la quale sono confrontati gli altri atteggiamenti. Gli atteggiamenti che si collocano in una posizione relativamente vicina a quella del soggetto sul continuum attitudinale saranno percepiti come simili ai propri più di quanto non lo siano nella realtà (assimilazione) e riceveranno una valutazione positiva. Gli atteggiamenti piuttosto differenti saranno allontanati dalla propria posizione e valutati negativamente (contrasto). )) spianano il terreno agli stereotipi: questi processi minimizzano le differenze all’interno dei gruppi ed estremizzano quelle tra i gruppi. Questo rende più semplice vedere “gli altri” come cattivi e peggiori di “tutti noi”, facendosi l’idea che gli altri meritano le sofferenze che vengono loro inflitte.

Molti teorici della personalità (ad es. Adorno, 1950) hanno esplorato diversi meccanismi di difesa coinvolti nella svalutazione dei gruppi altri. La proiezione, ad esempio, potrebbe sottendere la percezione che l’altro gruppo personifichi tutte le azioni e i pensieri immorali che non ammettiamo in noi stessi, rendedolo indegno di essere accettato e meritevole di punizione. Un altro meccanismo di difesa coinvolto potrebbe essere la scissione, cioè la capacità di erigere barriere cognitive ed emozionali che dividono ciascuna parte di noi dall’altra. In letteratura (Dicks, 1972; Lifton, 1986) questo meccanismo è usato rispetto all’olocausto per spiegare come le persone la cui mansione era l’omicidio di massa, potessero tornare a casa dopo il “lavoro” e godersi una normale serata in famiglia.

Un altro fattore coinvolto è il pensiero di gruppo, una combinazione di orgoglio gruppale, di conformismo e di culto del leader, che può spingere a decisioni impensabili, tanto immorali quanto tragiche(Janis, 1972). Il modello di Kelman e Hamilton (1989) spiega come le inibizioni morali verso la violenza possano indebolirsi attraverso l’approvazione di una figura autoritaria, l’esperienza reale del commettere atti violenti e la disumanizzazione del gruppo delle vittime. In parole più semplici, i discorsi fortemente emotivi di Hitler e di altri leader nazisti, il contesto di architetture monumentali, di enormi armate, di uniformi e di musica marziale, le bandiere e i simboli, contribuirono ad esercitare questi meccanismi su persone solitamente definibili come normali. Inoltre la presenza di un gran numero di persone che condividono una sorta di missione, il conformismo e la diffusione di responsabilità, dove l’individuo scompare, mantengono alta l’attivazione e facilitano comportamenti impensabili.

I sopravvissuti

Gli effetti a lungo termine dell’olocausto sono stati descritti come “sindrome del sopravvissuto”, “sindrome da persecuzione” o “sindrome da campo di concentramento”(Eitinger, 1964/1972). Essi includono senso di colpa per essere sopravvissuti a tanti altri che hanno perso la vita, rabbia e ansia, disturbi del sonno, anedonia, flashbacks, ipervigilanza, depressione, incapacità a stabilire legami profondi, pensieri intrusivi  e disturbi psicosomatici e sessuali. Tutti questi elementi oggi sono raccolti nel DSM sotto il nome di Distirbo Post-traumatico da Stress.

Anche se molti dei sopravvissuti sono riusciti a riprendere in mano la loro vita, tendono a fidarsi meno degli altri, attribuiscono i loro successi più alla fortuna che a se stessi, ma paradossalmente hanno una maggiore autostima (l’orgoglio del sopravvissuto).

Anche se gli studi psicologici sul tema probabilmente non saranno sufficienti a prevenire future tragedie, cresce la speranza nella ricerca sulle tecniche di risoluzione non-violenta dei conflitti.

[Reverberations of the Holocaust fifty years later: psychology's contributions to understanding persecution and genocide - Canadian Psychology]

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110