Manicomio e legge 180: per non dimenticare

Franco Basaglia

A 32 anni dalla sua attuazione, non dimentichiamo la legge Basaglia, che con i suoi pregi e difetti ci ha insegnato a rispettare la vita. E non dimentichiamo che cos’era un manicomio…

Manicomio 1

Perchè il manicomio

L’istituzione manicomiale era frutto di una concezione del disturbo psichico che tra la fine dell’800 e i primi anni del 900 era dominata da una visione prevalentemente biologica, che si reggeva sull’idea della sua origine genetico – costituzionale. Le implicazioni psicologiche, ambientali e sociali di questi disturbi non erano prese in considerazione, non si conoscevano i neurotrasmettitori e i farmaci non esistevano ancora. Per questo il manicomio era l’unica soluzione possibile: per un paziente psichiatrico non c’era molto da fare e considerando che poteva costituire un rischio per sé e per gli altri, era meglio rinchiuderlo.
In stretta connessione con le esigue conoscenze, di tipo soprattutto descrittivo delle varie patologie mentali (l’ eziopatogenesi psichiatrica allora si basava soprattutto su danni organici, che portavano ad una prognosi chiaramente sfavorevole), il paziente malato di mente era un individuo che andava prima ancora “detenuto”, custodito, più che curato.

Le cure in manicomio

manicomio 2Unici tipi di cure applicate nelle strutture manicomiali erano l’ elettroshock, peraltro praticato in maniera selvaggia, le docce fredde, l’insulino-terapia ((Insulinoterapia: provocare tramite iniezione d’insulina, l’abbassamento della glicemia per far andare il paziente vicino alla situazione di coma ipoglicemico. Dopo si somministrano rapidamente zuccheri per non farlo morire)) , la lobectomia. Questi trattamenti non si basavano su adeguate conoscenze cliniche o su una solida base scientifica, ma solo sulla speranza di modificare qualcosa nel paziente creandogli uno shock.

Quando si cominciò ad effettuare l’elettroshock, inventato dall’italiano Cerletti, sembrò a tutti arrivata la grande svolta, perché si intravedeva una possibilità di cura. In effetti questo metodo, per quanto cruento aveva una base scientifica: il nostro sistema nervoso centrale funziona sulla base di meccanismi neurotrasmettitoriali che creano nei neuroni dei potenziali elettrici (depolarizzazione della membrana post-sinaptica e la creazione di un potenziale d’azione di natura elettrica). Somministrando una scossa elettrica si presuppone di ottenere un risultato analogo a quello di un neurotrasmettitore quando occupa il recettore post-sinaptico. Ovviamente, la sofferenza non è pari al risultato: l’elettroshock provocava una scossa epilettica che faceva sussultare il paziente, così, per evitare che cadesse o si svincolasse, veniva legato, con conseguenti fratture ossee. Immaginate che a quell’epoca non si usava l’anestesia. Nella struttura manicomiale questo strumento terapeutico veniva utilizzato con ogni tipo di paziente, anche quelli con una sintomatologia non grave e con una frequenza superiore al necessario. Col tempo, la somministrazione continuata, portava a lesioni cerebrali anche irreversibili.

Ovviamente, nei manicomi non era previsto nessun tipo di colloquio terapeutico, perché il problema psichiatrico aveva solo un’accezione biologica e non psicologica. A questi pazienti, chiusi in delle strutture manicomiali già di per sé emarginate e isolate come delle prigioni, era impedito di avere contatti con l’esterno e non usufruivano più di nessun tipo di rapporto umano. Questo determinava solo il peggioramento col tempo, provocando dei veri e propri quadri di deterioramento mentale e fisico.

Manicomio e mondo esterno

manicomiAll’epoca dei manicomi, un paziente con disturbo psichiatrico coinvolgeva nel suo destino tutta la famiglia. Infatti, qualora venisse dimostrata una base genetica della patologia mentale, tutta la famiglia del malato andava incontro a limitazioni, quali ad esempio l’impossibilità di fare concorsi pubblici (non si veniva ammessi se nell’indagine familiare fino alla settima generazione risultava un paziente psichiatrico) e la difficoltà a sposarsi per paura di una prole tarata. Questo comportava la tendenza a nascondere e ad allontanare il familiare malato, come se fosse una patologia contagiosa.
Una volta che il malato veniva diagnosticato ufficialmente come tale, perdeva tutta una serie di diritti civili e politici, quali il voto e i beni immobili, o in caso di eredità, perdeva il diritto di poterla amministrare in prima persona, in quanto incapace di intendere e di volere. La malattia veniva annotata nel casellario giudiziario, con conseguente macchia sulla fedina penale, come individuo pericoloso. In questo modo anche dal punto di vista giudiziario, il paziente veniva privati dei normali rapporti civili.

Anche a livello politico veniva fatto un uso strumentale del manicomio: ad esesmpio i dissidenti politici venivano mandati in manicomio proprio perché da lì era difficile uscire e venivano così isolati ai confini della realtà. Negli ospedali psichiatrici c’erano tutti i tipi di pazienti: non solo quelli con malattie psichiatriche ma anche oligofrenici, tossicomani, dementi, proprio perché la psichiatria era affidata ai neurologi e non era una scienza a sé. I terapeuti promuovevano il ricovero coatto perché essendo così importante l’aspetto giuridico, se il soggetto avesse fatto qualcosa di male, sarebbe stata loro responsabilità. Inoltre non essendo presenti tanti rimedi terapeutici, questi pazienti venivano considerati intrattabili.

I cambiamenti nell’aria

ManicomioIn questa epoca di abberrazioni, qualcosa cominciava a muoversi. Si andava affermando la psicoanalisi che per prima proponeva di dare un’interpretazione psicologica al disagio mentale. Si stavano sviluppando anche l’antropologia, la sociologia, la psichiatria sociale di Sullivan in America, che andavano sempre più allargando la cultura intorno al discorso psichico, lasciando intravedere la possibilità che altri fattori, non solo quelli biologici potessero spiegare il disturbo psichiatrico, un disturbo che nella sua dinamica comprendeva una multifattorialità, con riferimento alle condizioni ambientali, familiari, sociali, culturali, etniche. Se questo Io psichico sfortunatamente approdato ad un disturbo aveva nella sua dinamica l’influenza di tanti fattori, come si poteva concepire il recupero del paziente isolandolo da quello stesso contesto che aveva contribuito a caratterizzare il disturbo e chiudendolo all’interno di una prigione(manicomio)? Questo contesto culturale, che rincorreva la scia del ’68, creava le basi per un’interpretazione che andasse aldilà del biologico fornendo le fondamenta per quei movimenti di psichiatria democratica che in Italia trovarono in Franco Basaglia (Trieste) il loro rappresentante principale.

Con il progredire della scienza psichiatrica (basti ricordare che è intorno al 1950 la scoperta del primo neurolettico – la clorpromazina, antagonista della dopamina), e quindi con il progredire delle conoscenze riguardo le patologie mentali, comincia a cambiare anche il trattamento del “folle”. È di questo periodo infatti la LEGGE MARIOTTI (1968), che abbatteva la regola dell’annotazione nel casellario giudiziario: il paziente non perdeva più i diritti civili, come quello di voto. Per la prima volta inoltre veniva anche sancita la possibilità che il paziente effettuasse un ricovero volontario. Cominciarono quindi anche a nascere le cliniche private. Inoltre nelle vecchie leggi, il paziente veniva ricoverato per anni perché non si concepiva che potesse guarire e nessuno si assumeva la responsabilità giudiziaria di farlo uscire. La legge Mariotti permetteva invece ai pazienti di avere una via d’uscita dal manicomio. La legge Mariotti però non cambiava lo spirito dell’epoca: i manicomi erano sempre luoghi di aberrazione.

Piano piano però le persone cominciarono a rendersi conto della realtà del manicomio, anche grazie alle immagini cinematografiche. E’ in questo clima che nasce la legge 180.

I principi della legge 180

Franco Basaglia

Franco Basaglia

La LEGGE BASAGLIA lavora proprio sulla relazione perchè si basa sul presupposto che la malattia mentale sia il prodotto di un’interazione di fattori, tra cui hanno un peso rilevante i fattori relazionali, ambientali, culturali e sociali e l’inserimento nel sociale perché la malattia si manifesta sempre come frattura col sociale. La psicosi è una frattura con la realtà, e ne conseguono tante difficoltà d’inserimento nel sociale, così che il paziente và sempre di più ad isolarsi. Nel trattare la malattia mentale dunque è fondamentale recuperare quest’aspetto, ragion per cui nell’ambito del trattamento non si possono escludere delle attività rivolte al sociale.
A partire da questa concezione, la legge Basaglia si basa su 2 principi fondamentali: la prevenzione e la riabilitazione. Nell’ambito del disturbo psichico non si era mai parlato di prevenzione e non esistevano centri dove un paziente potesse rivolgersi alla comparsa dei primi sintomi. Inoltre la nuova legge coinvolgeva anche le famiglie del paziente, le condizioni sociali, le condizioni ambientali. Soprattutto rispetto alle patologie croniche, comincia a farsi largo il concetto di riabilitazione, cioè la messa in opera di una serie di accorgimenti che facciano sì che il paziente, nonostante la gravità della sua malattia è già emarginato, non vada sempre più peggiorando.

Per non dimenticare questa rivoluzione, che ha avuto anche i suoi limiti, vi propongo un video che ricostruisce il percorso nella storia della riforma psichiatrica in Italia. Le immagini sono riferite alle vicende dell’ ex manicomio del Santa Maria della Pietà di Roma, attraverso filmati e testimonianze provenienti dall’ archivio Rai e attraverso interviste recenti agli operatori che all’epoca dei manicomi lavoravano nel Dipartimento di salute mentale di RME.

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110
avatar sandro scrive:

Credo che oggi un malato di mente sia piu’ “aiutabile” che negli anni 50′ dove la gente ha vissuto l’orrore della seconda guerra mondiale e moltissime persone hanno visto orrori che OVVIAMENTE li segneranno per tutta la vita, c’erano altri problemi c’era una certa fretta nel mettere al riparo la sopravvivenza dell’umanità. Oggi onestamente viviamo in un mondo costruito sui sacrifici sanguinosi dei nostri nonni, e credo sia normale che la sofferenza vera porti a dei problemi mentali, non la trovo affatto una malattia quanto a uno stato di come è la realtà.La mia è un opinione ovviamente discutibile, anche se ne sono piuttosto convinto.

avatar dario tozzoli scrive:

Ancora oggi esistono situazioni analoghe se non peggiori, per il quasi totale disinteresse dell’opinione pubblica, negli ospedali psichiatrici giudiziari, detti manicomi criminali, dove le persone rinchiuse in condizioni ancora disumane hanno perso ogni diritto politico e civile.

Caro Rosario, quello che dici purtroppo in alcuni casi è vero, ma per fortuna non è sempre così. Ci sono delle belle realtà per le persone che soffrono di dsiturbi psichiatrici che lottano ogni giorno per mantenersi in vita visti i continui tagli che la sanità subisce. In realtà dovrebbe cambiare la mentalità e puntare più sulla prevenzione che sul contenimento quando la malattia è già esplosa. Sai quante vite si potrebbero salvare…

si sta tornando indietro, i manicomi ci sono ancora ,vedi il territorio ,la stessa dirigenza dell’asl ffinge .chi autorizza i ricoveri? quanto costano la spesa e’ triplicata.la prevenzione e le visite programmate non vengono piu’ effettuate.