Psicologia di un terrorista

Umar Farouk Abdulmutallab

Abbiamo assistito tutti con sgomento alle notizie sul fallito attentato natalizio al volo della Norhtwestern in arrivo a Detroit, ad opera del giovane terrorista Umar Farouk Abdulmutallab. Se forse ci stiamo abituando all’irrompere del terrorismo islamico nella nostra quiete, ci risulta più difficile capire il ruolo e la psicologia dei singoli individui, specialmente se sono kamikaze. Cosa spinge giovani sani e nel fiore degli anni a darsi la morte per dare la morte?

terrorismo copertina

La storia

Umar Farouk Abdulmutallab

Umar Farouk Abdulmutallab

Umar Farouk Abdulmutallab, 23 anni, è un ragazzo di ottima famiglia, che non lo ha mai istradato verso il fanatismo religioso. Il padre Alhaji Umaru Mutallab è l’ex presidente della First Bank of Nigeria, lo ha mandato nelle migliori scuole e gli ha finanziato gli studi di Ingegneria a Londra. Cresce dunque in un ambiente lontano dal lavaggio del cervello che possiamo immaginare nei ferventi fedeli dell’Islam. Eppure, attraverso predicatori che conosce in rete, comincia a virare verso il radicalismo religioso e rompe i rapporti con la famiglia, tanto che il padre, preoccupato per possibili colpi di testa, avverte le autorità americane del potenziale pericolo rappresentato da Umar.

Nonostante l’avvertimento, il ragazzo riesce ad evitare i controlli quando con uno dei più potenti esplosivi, il Petn e una siringa cucita nelle mutande, si introduce sul volo con l’intenzione di farlo precipitare. Non solo. L’esplosivo, secondo le istruzioni ricevute dai suoi contatti, la rete yemenita di Al Qaeda, doveva essere detonato solo in fase di atterraggio, in modo da uccidere i 278 passeggeri a bordo e di fare almeno altrettante vittime a terra, per terrorizzare l’America. E ci sarebbe riuscito se non fosse intervenuto coraggiosamente un passeggero olandese che si è gettato sul terrorista correndo grossi rischi.

Psicologia di un terrorista

terrorismo boy-with-bomb-beltChe sia motivato da ragioni politiche o personali, un terrorista non può non avere gravi problemi mentali. Nel perpetrare atti di morte c’è un forte desiderio di esprimere rabbia e indignazione verso un mondo da distruggere, in un disperato e fatale tentativo di guadagnarsi notorietà, riconoscimento o gloria, per se stessi e per i propri valori. E forse anche di trovare un senso condiviso ad un mondo senza significato. Il terrorismo è una sorta di difesa infantile al differenziarsi, all’avere idee personali che non sempre si incontrano con quelle degli altri. Potrebbe nascere dal non saper sopportare quel senso di frustrazione e d’impotenza che tutti noi proviamo quando ci rendiamo contro che ogni persona ha una sua testa e valori propri che non sempre possono coincidere con i nostri.

Gli integralisti e i terroristi cercano in qualche modo di costringere gli altri a sposare il loro obiettivo narcisistico di uniformare le menti e quando non ci riescono usano la violenza. Come il bambino quando riceve un no butta tutto per aria, così il terrorista quando sente che la sua idea non viene abbracciata, accumula rabbia e frustrazione finchè non esplode (spesso nel vero senso della parola).

L’arma del fanatismo è il terrore, un potente mezzo per indebolire le coscienze, che sentendosi in pericolo chiedono protezione alle autorità, costringendole in qualche modo a prestare attenzione alla causa di chi ha attaccato.  Il terrorismo indebolisce il presunto nemico, in questo caso l’America, anche compromettendone l’economia e le infrastrutture (facendo cadere poltrone, interrompendo scambi tra paesi, ecc.).

Le ragioni di Umar

Cosa può trasformare un ragazzo educato, studioso e ambizioso in un kamikaze suicida assetato di morte per Al-Qaeda?

terrorismo muslime_mitraCome lo stesso Osama Bin Laden, Umar era un ragazzo ricco, che viveva nel lusso e aveva tutte le opportunità di fare una vita all’insegna del godimento. Come Osama, Umar ha cominciato a detestare quel lusso e quel potere, come un’imposizione che gli veniva da un padre ricco, il quale più che tenerlo vicino, lo mandava in giro per il mondo a diventare adulto. L’America, simbolo del materialismo occidentale, del potere, del benessere e del capitalismo, è un ottimo oggetto transferale verso cui indirizzare la rabbia che si prova nei confronti dei genitori, del contesto di vita e della società. Ecco perchè le grandi organizzazioni terroristiche saranno sempre ben rifornite di kamikaze finchè saranno in grado di cooptare ragazzi confusi, amareggiati, disillusi e alienati.

Umar aveva cessto ogni rapporto con la famiglia, forse per imposizione dei suoi capi, forse perchè, essendo molto religioso, non ne condivideva più i valori. Persone a cui si sentiva più vicino sul piano sociale e religioso erano diventate la sua nuova famiglia, che era in grado di dargli il senso di una direzione e di uno scopo nella vita. Trovare Al-Qaeda, per le persone vulnerabili come Umar è come sentire di appartenere e di essere accettati da un gruppo di persone simili che condividono valori religiosi, politici e filosofici.

Possiamo parlare di psicosi?

In molti aspetti, potremmo definire Umar uno psicotico: la religiosità estrema che assume forme deliranti, in assenza di un forte condizionamento familiare , le fantasie grandiose che l’Islam dominerà il mondo, l’alto grado di suggestionabilità, il tentativo di attribuire tutto il negativo ad un nemico esterno, il suicidio per sfuggire l’intollerabile realtà.

Tutte queste motivazioni non sono tentativi di giustificare, ma solo di capire come possa accadere ad un ragazzo di buona famiglia di armarsi fino ai denti per dare l’assalto ad un aereo. Forse interrogarsi su questi fattori potrebbe essere un punto di partenza per provare a frenare l’espansione del fanatismo religioso.

[Radical Embitterment: The Unconscious Psychology of Terrorists.
Do terrorists tend to suffer from unconscious psychological conflicts?
– Psychology Today]

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110