Le emozioni fanno parte di ogni singolo momento della nostra giornata e ci accompagnano facendoci sentire “vivi”. Sono un fenomeno complesso, che coinvolge tutto l’organismo e sono processi di risposta agli stimoli ambientali, (luoghi, persone, incontri, noi stessi e relazioni fra tutto ciò) sia interni che esterni.

Siamo naturalmente “programmati” per andare incontro a quelle che ci fanno stare bene e per rifuggire quelle che ci danneggiano o ci creano disagio.
Una valutazione delle stesse, che dovrebbe essere presente in tutti noi, ci consente di etichettarle e di individuare in noi e negli altri (chiamata anche empatia) determinati stati emotivi. A tutto ciò consegue sempre una risposta emotiva, sia di tipo fisiologico che comportamentale ed espressivo in una sorta di “gioco di interscambio” fra noi e gli altri.
Le emozioni quindi le esprimiamo e percepiamo in chi ci sta di fronte dall’ espressione del viso, dai movimenti del corpo (o dai suoi “non movimenti” quali la tensione muscolare) e le viviamo in noi grazie anche ai sintomi somatici, come ad esempio l’accelerazione del battito del cuore, la sudorazione delle mani o quella sensazione di fastidio allo stomaco tipica del nostro “sentirci nervosi o irritati” .
Raramente quindi può succedere di trovarsi di fronte ad eventi o momenti in cui non troviamo le parole per esprimere ciò che “sentono” dentro, o riescono a comprendere gli stati d’animo di chi hanno di fronte.
Non per tutti è così.
Esiste infatti un deficit della competenza emotiva ed emozionale denominato alessitimia, che letteralmente significa “non avere le parole per le emozioni” (dal greco “a” =mancanza, “lexis”= parola e “thymos”= emozione).
Questo termine definisce una sorta di “analfabetismo emozionale” in cui vi è una marcata difficoltà nel riconoscere, esplorare ed esprimere i propri vissuti interiori.
Non solo, i soggetti affetti da questa problematica hanno una estrema difficoltà nel riuscire a discriminare fra stati emotivi e sensazioni provenienti dal proprio corpo tendendo a privilegiare l’agire per esprimere le proprie emozioni.
Frequenti ad esempio le esplosioni di collera o di pianto incontrollato, senza apparente spiegazione e con una marcata incapacità di descrizione dei sentimenti prima e durante tali manifestazioni.
I movimenti del corpo sono rigidi e la mancanza di movimenti espressivi del volto ribadiscono un funzionamento emotivo ridotto.
Le persone alessitimiche sembrano ben adattate da un punto di vista sociale ma ciò è solo apparente. Riguardo a ciò vi è una marcata tendenza a stabilire relazioni interpersonali fortemente dipendenti oppure a preferire la solitudine ed evitare gli altri.
L’incapacità di modulare le emozioni e di riconoscerle porta ad una tendenza a liberarsi dalle tensioni causate dagli stati emotivi non piacevoli per mezzo di comportamenti impulsivi quali: l’abuso di sostanze, il comportamento sessuale affetto da perversioni e l’abbuffarsi di cibo.
Per quanto attiene all’ultimo comportamento, la ricerca rileva che un fattore importante per valutare il rischio di bulimia nervosa nelle giovani donne sia la “consapevolezza enterocettiva”, cioè la capacità di distinguere diversi stati del proprio corpo. La “confusione” che molto spesso percepisce chi soffre di tali disturbi, conferma che la difficoltà nel riconoscere e nel rispondere adeguatamente agli stati emotivi ed a certe sensazioni viscerali rappresenta un deficit centrale. Le crisi bulimiche, il vomito autoindotto, l’esercizio estremo (o altri comportamenti spesso associati alla bulimia, quali l’abuso di sostanze e l’eccessiva disinibizione sessuale che indicano tratti borderline) servono unicamente a mascherare gli stati di umore, che sembrano ingestibili.
Le cause
Su quali possano essere le cause non vi è ancora una teoria concorde, e sembrerebbe che una notevole importanza rivesta l’accudimento materno nei confronti del bambino nel far acquisire a quest’ultimo la capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni e di modularsi con quelle materne.
Nelle famiglie dei soggetti alessitimici si riscontra un forte coinvolgimento emotivo unito ad una mancanza di regole di controllo del comportamento con una scarsa capacità di risoluzione dei problemi.
Inoltre pare esserci un numero maggiore di uomini rispetto alle donne affetti da questa problematica, forse perché i maschi vengono “addestrati” sin da piccoli a non esprimere molto le proprie emozioni ed anzi a negarle al mondo perché “non sta bene”.
Inoltre si predilige lo sviluppo di capacità nei giovani uomini, legate più alla praticità ed alla fisicità che non alla sfera affettiva.
L’alessitimia inoltre, può insorgere anche in un periodo della vita successivo all’infanzia, spesso in conseguenza di un trauma subito, anche in età adulta.
Qui l’emozione viene solitamente vissuta come una potente minaccia di un ritorno dell’episodio traumatico stesso, ed ecco spiegato il perché la si rifugga.
In questi particolari soggetti si nota spesso una incapacità di autoaccudirsi, di parlare con sé stessi al fine di consolarsi e di comprendere realmente cosa “accada dentro sé”.
Alla luce di tutto ciò, l’alessitimia appare come un costrutto multidimensionale che pare essere causato da diversi fattori.
Cosa fare?
Una persona alessitimica ha “milioni” di emozioni racchiuse in un cassetto fortemente chiuso a chiave.
Qualunque tipo di intervento psicologico deve necessariamente dare al paziente una risposta più completa alle problematiche legate ai processi emotivi.
Importante un approccio multidisciplinare, psicologico e medico che ricerchi strategie efficaci per prevenire i molti disturbi psichiatrici associati all’alessitimia ed alla mancanza di riconoscimento delle emozioni di cui abbiamo parlato.
Una strategia utile, a mio avviso, è mirata a favorire l’educazione emotiva. Rendere la persona consapevole delle proprie reazioni emotive e della relazione esistente tra pensieri e stati d’animo.





















