La vita in piazza su Facebook

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La spettacolarizzazione della vita privata è un fenomeno che non riguarda più solo i Vip, ma si è estesa alle persone comuni con la diffusione di Facebook. Le persone postano messaggi, fotografie, commenti, davvero molto personali, come se nessuno li leggesse. O forse è proprio la presenza di un pubblico che ci spinge a mettere in piazza la nostra vita?

facebook lamebook

E’ stata battezzata con la sigla TMI (Too much informations) la “sindrome” che spinge le persone che frequentano i social networks a condividere informazioni che sarebbe meglio rimanessero private. Le foto imbarazzanti, i dettagli intimi, le liti di coppia non vengono condivise solo con gli amici, ma anche spesso con parenti, insegnanti e datori di lavoro, che, pur essendo vostri amici su Facebook, non saranno molto indulgenti con voi nella vita reale.  Se volete dei saggi di brutte figure su Facebook, li potete trovare su Lamebook, un sito che raccoglie gli strafalcioni dei social networks postati da parenti e amici.

Qualche esempio?

“Beau ….: sono single ragazze e ho 9 pollici per penetrarvi, chiamatemi il mostro del sesso.

Jackie: Sono tua zia Jackie, vuoi che anche io ti chiami così?”

“Kevin ha cambiato il suo stato da fidanzato a single.

Jess: Oh no, tu e Shannon vi siete lasciati?

Shannon: Tu e tutti i tuoi fot…ti amici potete andare a farvi fot…re!

Will: Questo risponde alla tua domanda Jess?”

- Immagine di test di gravidanza positivo con il titolo “E ora come lo dico a Rick?”

Commento dell’amica: “Niente male, lo sa tutto Facebook prima del futuro padre”.

“Donnaven scrive: Sono un uomo libero.

Dani: Non è vero, usciamo insieme.

Donnaven: Hai letto il mio sms?.” (ecco come scoprire di essere stati lasciati!)

“Alexander: Ho bisogno di urina maschile “pulita”. Chiamatemi. No perditempo.

facebook are you onAltre chicche vengono dai siti che sdoganano le figuracce di genitori, figli e parenti in generale, come “Crap! My parents joined Facebook” (“Cavolo! I miei genitori sono su Facebook”) e il corrispettivo “Oh NO! my kids joined Facebook” (Oh, no! I miei figli sono su Facebook”). Una madre ricorda: “26 anni fa a quest’ora il mio dolce Nick è nato con un parto cesareo. Non voleva uscire per la strada giusta”. Una nonna ammonisce la nipote: “Non usare quel linguaggio, e comunque sei troppo giovane per avere un ragazzo”. O ancora un figlio taggato dai genitori in una foto che lo ritrae a sei anni vestito da ballerina. La versione telematica dei racconti imbarazzanti fatti in presenza di amici e fidanzati.

Il parere degli esperti

Tutto questo può apparire esilarante, ma non sempre lo è. Se usato correttamente il social network è uno strumento potentissimo e velocissimo per stare in contatto con centinaia di persone, ma quando si esagera si rischia di darsi la zappa sui piedi. E’ ormai abitudine degli addetti alla selezione delle imprese controllare il profilo Facebook di un aspirante candidato e non dubito che genitori e partners possano usarlo per tenervi d’occhio. Come nasce l’esigenza di condividere fatti tanto personali?

facebookcop“La natura stessa di questi siti”, spiegano gli esperti  “incoraggia a condividere una certa dose di informazioni personali. Ma sul web si tende a dire di più di quanto non si farebbe di persona”. Il fatto di poter scrivere senza esprosi in prima persona, di poter affermare cose pesanti senza subire la reazione immediata di chi si ha di fronte, con tutto il suo corredo di emozioni e risposte verbali e non verbali, dà un’idea di anonimato, quasi deresponsabilizza dal peso di quello che si sta sostenendo e mostrando. E forse nell’animo di chi scrive, c’è il desiderio di comunicare agli altri quelle cose che non si riescono a dire di persona.

Ognuno sceglie il proprio canale preferito per esprimere quello che sente e pensa, l’importante è che ciascun canale non sia esclusivo.

[Foto private, test di gravidanza. Quante figuracce su Facebook - Repubblica.it]

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110
avatar Sergio Cima scrive:

Articolo interessantissimo perché si focalizza sull’atteggiamento dei membri dei socialnetwork e non sulla prurigine di chi li osserva, fenomeno secondo me fuorviante (come quando si dice che trasmissioni come Big Brother sono “volute” dal pubblico, balle!) Il social network offre una possibilità vicina a soddisfare desideri di onnipotenza: su facebook o su altre community io posso “tradurre” me stesso, la mia persona, la mia vita, “riscrivendo” il mio “romanzo personale”. Anche se la traduzione si proponesse come la più fedele possibile, il cambio di codice – dal mondo delle relazioni interpersonali DAL VIVO a quello della comunicazione via testo e immagini – implica una inevitabile alterazione, se non altro del proprio atteggiamento relazionale. Un esempio: il fatto stesso di inserire foto induce a un’attenzione alla propria immagine superiore – molto o poco dipende da tanti fattori – a quella che avremmo mentre interagiamo in modalità live. Medén àgan.