Lottare con il cibo e con il corpo: cosa fare

“Mia figlia è anoressica / mia figlia è bulimica”. Questa molto spesso è la frase d’esordio di un genitore quando chiede aiuto.

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I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono ormai una problematica di interesse ed allarme sociale sempre più urgente in Italia.
Il 90% dei casi si sviluppa principalmente nelle donne, e anche se pare esserci un aumento dei casi maschili, questo, al momento attuale, meriterebbe ulteriori approfondite verifiche.
I dati più aggiornati, indicano la prevalenza della anoressia nervosa nelle ragazze adolescenti, con una percentuale che varia tra lo 0.1% e l’1.9% mentre per quanto riguarda la bulimia nervosa, essi sono generalmente più alti e variano tra l’1 % ed il 3%.
L’età in cui questi problemi mostrano i primi sintomi solitamente è fra i 12 ed i 18 anni d’età anche se all’attenzione dei clinici giungono sempre più spesso casi in cui l’età dei soggetti è al di sotto dei 9 anni. Sebbene anoressia e bulimia raramente colpiscano persone “over 40”, si riscontrano numerosi casi cronici che rendono il percorso verso l’uscita dal problema difficile da gestire.
Ritornando ai casi in cui i soggetti sono molto giovani (preadolescenti ed adolescenti), è importante valutare non unicamente chi ne è colpito, ma anche i familiari e l’ambiente dove i problemi con cibo, corpo ed emozioni hanno il loro “campo d’azione”. Quanto detto non vuole colpevolizzare le famiglie, ma vuole renderle consapevoli di alcune dinamiche che possono mantenere una forte attenzione verso il cibo ed il corpo nei loro cari. Rimando agli articoli dei colleghi su www.psicozoo.it che hanno già tracciato un quadro di anoressia e bulimia.

Come si dovrebbe comportare quindi chi vive accanto una persona che soffre di DCA? Qual gli atteggiamenti da tenere e quali da evitare?

anoressia oggi-thumbVivere accanto a chi ha un rapporto problematico con il cibo, il peso ed il proprio corpo e’ sicuramente complesso.
La famiglia e le amicizie sono un ausilio irrinunciabile in quanto molto spesso, a causa della vergogna o della “non conoscenza” del problema, si corre il rischio di escludere tutti e di isolare, senza volerlo, anche il proprio caro. Attenzione però che non basta unicamente la conoscenza del problema da parte della persona per permetterle di uscire. Basti citare ad esempio il fumatore che sa che il fumo fa male ma dice a sé stesso che ci penserà in futuro oppure che non ci vuole pensare affatto. Stessa cosa per chi soffre di un DCA.

E’ sconsigliabile quindi affrontare frontalmente la questione alimentazione in quanto il rapporto “malato” con il cibo, il corpo ed il peso sono i sintomi di ciò che ha radici ben piu’ profonde e così facendo si correrebbe il rischio di invadere uno spazio “personale” ed intimo. L’alimentazione o la “non alimentazione”, rappresentano unicamente la “punta dell’iceberg”, ciò che è visibile del disturbo in superficie, che però è ben più profondo. La persona sta lottando con un nemico interno che inizialmente non riesce a distinguere da sé e un atteggiamento da non tenere è proprio quello di obbligare o peggio ancora forzare la persona ad alimentarsi. Questo farebbe sentire la persona ulteriormente non compresa nel suo disagio. In merito al controllo, ristabilire la “disciplina” andrebbe evitato, mentre dovrebbe essere incoraggiato un minor rigore, e la sorveglianza andrebbe evitata in quanto questa patologie impongono un controllo su sé stessi per 24 ore al giorno mentre i genitori o gli amici possono operarlo al massimo per poche ore.
anoressia bilanciaE’ necessario quindi cercare di spostare l’attenzione dal cibo/corpo verso altri interessi.
In merito ai cibi, non andrebbe modificato il “menù della casa” in base alle esigenze di chi soffre del disturbo alimentare. Questo in quanto egli conosce perfettamente il contenuto calorico e la composizione degli alimenti, e prediligerà quasi esclusivamente quelli dove la presenza di grassi e carboidrati e’ bassa o addirittura assente.
In molti casi, i cibi assunti sarebbero quasi esclusivamente verdure, insufficienti quindi a fornire i giusti macronutrienti.
Meglio lasciare decidere solo il “quanto”, non il “cosa” tutta la famiglia dovrebbe mangiare e, qualora la persona fosse già in trattamento, delegare tutto cio’ che concerne il cibo a chi sta seguendo il caso.

I familiari, e ciò comprende tutti i conviventi di una persona affetta da un DCA, devono inoltre eliminare ogni senso di colpa. Non serve dire “è colpa sua, è colpa mia…” poiché tali azioni mantengono la malattia “forte” di un elemento indispensabile: la mancanza di comunicazione. E’ necessario sbloccare il dialogo da una ricerca di colpe passate e iniziare ad ascoltare, comunicando apertamente e chiarificando ogni dubbio.

Molto spesso, le persone con un DCA, cercano di “leggere nel pensiero”, (quello che tecnicamente viene chiamato inferenza arbitraria) basandosi talvolta, unicamente su pregiudizi e generalizzazioni. Le discussioni, come detto prima, non dovrebbero avere come unico argomento il cibo\corpo\peso, altrimenti nella maggioranza dei casi diverranno veri e propri “scontri dinanzi ad un piatto”. Tali confronti ostacolano il processo di comprensione reciproca e di comunicazione non giudicante che invece andrebbe incoraggiata.

In merito all’umore molto spesso altalenante nelle persone affette da un DCA, sconsiglio di cercare di “rallegrare il morale”, quanto invece di comprendere le sofferenze interiori, lasciando che la persona comunichi le proprie emozioni nelle modalita’ e tempistiche che riterra’ piu’ opportune.
Se, al ritorno da scuola vostra figlia entra a casa senza dire nulla e si chiude in camera, attendete prima di cercare un dialogo. Attendete i suoi tempi durante la giornata, senza però far passare giorni prima di un “contatto”.
E’ importante non sentirsi “presi di mira” dalla persona che soffre, e quindi è necessario mettersi sempre in discussione evitando di fornire soluzioni precostituite. Questo potrebbe impedire scelte autonome e continuerebbe a far sentire inadeguato il nostro caro.
Confrontatevi sempre schiettamente, e mai per “interposta persona”.

anoressia_internet_1Consiglio di non forzare l’invio della persona presso un professionista o presso un centro, tranne nei casi in cui la persona si trovi seriamente in pericolo imminente (denutrizione grave-sottopeso grave,tracce di sangue nel vomito etc etc). Un trattamento di successo, deve avere sempre una forte e motivata alleanza della paziente alla terapia, altrimenti tutto potrebbe essere inutile ed i risultati, se vi saranno anche senza l’adesione della paziente, potrebbero non durare per molto.
Prima dell’invio ad uno specialista, la persona dovrebbe comprendere di essere affetta da tale patologia ed ammetterlo prima di tutto a sé stessa.
Solamente dopo questo puo’ avvenire una richiesta di aiuto fattiva.

I consigli qui elencati sono ovviamente da intendersi come generali e non generalizzabili ad un caso particolare. I disturbi alimentari sono determinati da numerosi fattori ed ogni singolo caso ha bisogno di una strategia mirata agli obiettivi che paziente e specialista si porranno.

Un consiglio finale, specie per le famiglie, è d NON permettere alla persona con DCA di monopolizzare il vostro tempo e le vostre energie, cosi’ facendo rimarra’ nel disturbo perche’ esso potrebbe rappresentare una utile strategia per ottenere attenzione, ascolto e comprensione. Indagate quindi su quanta reale attenzione ed ascolto fornite a questa persona o, se lo fate, come mai esso venga percepito diversamente.

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1 Commento

  • 5 novembre 2009 | Permalink |

    I disturbi alimentari investono la sfera della nutrizione e della sopravvivenza, ambiti che la natura assegna ai genitori, perciò spesso il disturbo è la versione simbolica di un disagio relazionale nel sistema famiglia.
    Nell’anoressia a volte è la comunicazione inefficace a generare un clima patogeno, così un membro della famiglia se ne fa carico soffrendo per tutti ma nello stesso tempo monopolizzando le attenzioni. M il disturbo alimentar può anche essere il catalizzatore dell’attenzione per quelle persone sopraffatte dalla propria sensibilità: concentrandosi sul controllo del cibo si distraggono dall’impegno in una vita percepita come troppo dura.
    Nella bulimia la persona può trovare il modo di proteggersi dalla paura delle proprie reazioni, costruendo così una corazza epidermica. A volte queste persone sperimentano con delle diete un ritorno a una fisicità meno possente ma proprio per questo vissuta come permeabile, penetrabile dall’esterno, cosa che può spaventarle.
    Da non trascurare il fenomeno del vomito autoindotto, che permettendo di reingerire cibo può rappresentare un modo per reiterare un piacere. Spesso alla base di questo comportamento c’è un conflitto tra la sfera del piacere e delle regole che viene fronteggiato con l’azione trasgressiva del rimpinzarsi per poi rigettare.

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