Perche’ giochiamo al lotto?

Le casse dello Stato si arricchiscono con la moneta sonante di tutti coloro che sperano in un colpo di fortuna: e così, con la crisi che avanza, si moltiplicano gli acquirenti di schedine, combinazioni fortunate, biglietti della lotteria, sestine del superenalotto. La probabilità di vincere è pressochè nulla, ma tanti continuano a tentare la fortuna. E’ la magia di un’emozione.

Corrado Ghini, fon­datore e presidente dell’Istituto Centrale di Statistica, ironicamente affermavache, viste le scarsissime probabilità, chi vince al lotto dovrebbe essere arrestato, alludendo al fatto che può esserci riuscito solo imbrogliando.

Secondo gli esperti, la probabilità di vincere una grossa somma al lotto (una su un milione) è pari a quella di un parto trigemellare monozi­gote. Azzeccare la sestina del superenalotto è ancora più difficile e le probabilità si riducono ad una su seicento milioni, anche se i montepremi non sono davvero da poco.

Il matematico e statistico italiano Bruno De Finetti, noto soprattutto per la formulazione della concezione soggettiva operazionale della probabilità, durante le sue lezioni universitarie utilizzava il paradosso del lotto per spiegare ai suoi studenti quanto la probabilità avesse un significato psicologico soggettivo: per le persone conta più la speranza che ci mettono nel giocare che la statistica. Come de Finetti sosteneva “La probabilità non è nient’altro che il grado di fiducia (speranza, timore, ..) nel fatto che qualcosa di atteso (temuto, o sperato, o indifferente) si verifichi e risulti vero”.

Il rischio nel mondo e nella storia non ha quasi mai impedito agli essere umani di intraprendere viaggi e rivoluzioni, guerre e investimenti azzardati, l’importante è non essere ciechi e prendere in considerazione la possibilità del fallimento. Una persona accetta di assumersi un rischio, come nel caso del lotto, quando le possibilità di riuscita sono scarse, ma non del tutto nulle. Anche per quella flebile probabilità, le persone si arrischiano, probabilmente soprattutto per provare un’emozione, per sognare un futuro diverso, per vivere per qualche istante di fervida speranza.

Ian Hacking, esperto di logica, sostiene che “chi acquista una schedi­na, compra non solo la remota pos­sibilità di vincere tanto denaro, ma anche un’emozione, una fantasia… Semmai è da biasimare un mondo in cui per molti questo è l’unico modo di far entrare un po’ di spe­ranza nella propria vita“.

Tutto sommato, quindi, non è una grossa colpa acquistare a pochi soldi un biglietto sognando di vincere, purchè non si esageri e non si sfori nella patologia.

Secondo Imbucci (2002), infatti, esistono tre funzioni del gioco:

- la funzione ludica, in cui si gioca per divertimento;

- la funzione compensativa, quando il gioco diventa la possibile soluzione ad una crisi economica generale e quando le speranze sociali vengono meno (come in questo periodo);

- la funzione regressiva, quando il soggetto non è più padrone di sè e viene completamente soggiogato dal gioco: in questo caso siamo nella patologia e vi assicuro che un giocatore d’azzardo in famiglia distrugge la vita, redimerlo è davvero complicato.

In questi casi l’aiuto di uno specialista è l’unica soluzione possibile per salvare la famiglia dal tracollo economico ed emotivo: non stiamo parlando più di una schedina da 3 euro giocata la domenica, ma di cifre molto più alte di quelle che si possono vincere con un 5+1.


- Superenalotto, vincere è più difficile che avere per figlie tre gemelle-conigliette – corriere.it

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