Una lettrice di Psicozoo mi ha segnalato su Haaretz.com uno splendido articolo di Gideon Levy, giornalista israeliano, che riprende la traccia dell’articolo di Avigail Abarbanel di cui ho parlato nel post “Israele e il suo trauma“. Nel ciclo di articoli sulla questione palestinese, Psicozoo si interroga e propone ai lettori delle domande per provare a capire, attraverso la voce di chi è nato nei luoghi della guerra, che cosa sia successo e cosa stia succedendo in quella parte del mondo di cui Dio sembra essersi dimenticato, sebbene dicano che vi si combatta in nome suo.
Nel suo articolo Levy ci racconta come tenere in vita la paura sia un modo per non prendersi la responsabilità delle proprie azioni, e per sopportare il trauma di un popolo decimato e martoriato, che ora ha bisogno di cambiare direzione.
“Il pilota americano Claude Eatherly partecipò al lancio della bomba atomica su Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale. Qualche anno dopo, cominciò ad avere problemi con la legge, passò due anni in progione e fu internato in un reparto psichiatrico nel Texas con la diagnosi di schizofrenia.
Per il resto dei suoi giorni, fino alla morte nel 1978, la sua vita fu adombrata dal trauma di aver lanciato la bomba. Si sentiva perseguitato: pensava che i Giapponesi lo seguissero. L’uomo cercava assoluzione, provava a trovare conforto per la sua anima torturata, ma invano.
Lo stesso accade ad Israele. Periodicamente, questo popolo si trova ad affrontare un nuovo pericolo, un nuovo piccolo Hitler, o una piccola Shoah che ne minaccia l’esistenza. Ci fu prima il tiranno egiziano Gamal Abdel Nasser, poi venne Yasser Arafat e ancora Saddam Hussein. Quando l’iraqeno scomparve dalla scena è apparsa la sua controparte iraniana , Mahmoud Ahmadinejad. Una volta è il terrore palestinese, un’altra volta è la bomba nucleare iraniana. Sono tutti pericoli reali, ma noi li eleviamo sempre al livello di pericoli esistenziali. Si tratta di minacce diaboliche , fanno paura e tutte soddisfano il bisogno israeliano di sentirsi perseguitati, vittimizzati, spaventati, di temere per la propria sopravvivenza.
E’ vero che, anche se sei paranoico, questo non significa che non sei davvero un perseguitato. E’ vero che Israele ha affrontato pericoli reali e nessun’altra nazione è soggetta quanto questa ad un tale livello di minaccia verbale riguardo alla propria esistenza. Ma noi israeliani siamo a nostro agio solo quando amplifichiamo l’ansia. Non c’è niente che ci tiri su come una buona dose di terrore; non c’è niente come la “paura esistenziale” che ci unisca e dia significato alle nostre vite. L’Iran ci vuole distruggere, così come Hamas, Fatah, la Jihad islamica: da una parte all’altra del mondo tutti ci vogliono morti. Ogni barchetta ormeggiata al largo della spiaggia di Gaza è il presentimento di un disastro; ogni tunnel nelle sabbie di Rafah potrebbe essere un mezzo per distruggerci; ogni teenager con un Molotov Cocktail sta programmando un attacco mega-terroristico; ogni obiezione e legittima critica ad Israele è considerata anti-semitismo ed ogni combattente per la libertà e promotore dei diritti umani è un anti-israeliano.
Tutto per noi è una minaccia e ringraziando il cielo, c’è sempre qualcuno che ci rifornisce le dosi di questa droga: i nemici, reali e immaginari e i pericoli, reali e immaginari che si appostano fuori dalla nostra porta; e nella dipendenza, i nostri agenti d’intimidazione sono sempre pronti per rifornirci della dose necessaria di esagerazione e panico.
La paura è il rifugio del diavolo, e serve ad Israele a giustificare tutte le sue azioni, le inutili guerre, le torture, le minacce all’Iran, l’occupazione. Questa paura, reale o immaginaria, giustificata o eccessiva, è nostra e appartiene solo a noi. Siamo i signori della paura e nessun altro in questo ci può eguagliare.
La paura è incredibilmente efficiente e soddisfa più di un bisogno. Innanzitutto ci esime dalla responsabilità delle nostre azioni: chi può biasimare una nazione che combatte per la sopravvivenza? In secondo luogo, non c’è niente come la paura per unire la gente, per dissipare il dubbio e le critiche e per smistare altrove altri problemi seri. Infine, niente è comparabile alla paura quando eleva le posizioni, il prestigio e il budget delle imprese che si occupano della difesa.
Come per il pilota che lanciò la bomaba, le radici della paura vanno cercate nel peccato. Il terribile peccato della Shoah da un lato e il peccato del Nakba (l’esodo delle popolazioni arabe a partire dal 1948) dall’altro. Il trauma della Shoah non è stato cancellato e non può essere cancellato dopo sole una o due generazioni. La Shoah è qui, e con essa i suoi sopravvissuti. Una nazione quasi estinta a causa del genocidio non si riprende presto. Gli Israeliani vivono ancora all’ombra dell’olocausto e questo continua a nutrire le loro paure, anche se i Palestinesi non hanno niente a che fare con quella tragedia.
Non volendo paragonare in alcun modo i due eventi molto diversi tra loro, il secondo peccato che sottende la paura di Israele è il Nakba, seguito dall’occupazione del 1967. Come per Eatherly, una specie di senso di colpa viene mutato in paura e accusa verso l’altro. Dobbiamo aver fatto un buon lavoro di repressione delle nostre colpe, coprendole proprio come abbiamo smantellato le rovine di 600 villaggi Palestinesi, che non sono nemmeno menzionati nelle carte o nei libri di storia e che sono spariti per sempre.
C’è un fuoco che ci brucia sotto i piedi, e questo ci spaventa. Questo spiega perchè non c’è più grande minaccia a Israele del diritto al ritorno. Nemmeno un solo profugo può tornare al suo villaggio. “Minaccia la nostra esistenza”. Come possono poche persone che ritornano alle loro povere case minacciarci? Perchè in questo caso saremmo costretti ad ammettere il nostro peccato originale, il peccato dell’espulsione. Potrebbe essere stato inevitabile, ma resta comunque un peccato.
Il cambiamento reale non può non prevedere di liberarsi dalla paura, ecco perchè abbiamo bisogno innanzittuto di essere liberi da coloro che la fomentano per i loro scopi. La vera minaccia non è quella che ci raccontano: per dialogare con i pericoli veri dobbiamo cominciare a percorrere una strada diversa da quella attuale. Al posto delle mille sirene che ci terrorizzano, è tempo di lasciare spazio ad un suono più limpido.”
Fonte:
- “Twilight Zone / Waiting for the all clear” – by Gideon Levy





















2 Commenti
Liberarsi del complesso di Amalek
http://www.secondoprotocollo.org/index.php?option=com_content&task=view&id=403&Itemid=1
Grazie per le tue segnalazioni arial, sempre molto interessanti.