10 esperimenti 5: mentire perfino a noi stessi

5. Mentire a noi stessi: la Dissonanza cognitiva

Nella nostra quinta puntata sugli studi classici della Psicologia sperimentale, parliamo di come gli esseri umani siano in grado di ignorare sentimenti, credenze e desideri, mentendo perfino a se stessi, quando si sentono incoerenti.

La teoria della dissonanza cognitiva

Leon Festinger nel 1957 ipotizzò che la consapevolezza della contraddittorietà o della mancanza di armonia, fra due o più contenuti della mente dia origine ad una spiacevole sensazione di disagio, che egli definì dissonanza cognitiva. Secondo questa teoria, quando una persona si accorge che una sua azione è palesemente in contrasto con i suoi valori e le sue credenze, tende a cercare di mitigare la condizione di dissonanza,  aggiustando la situazione a suo modo.

La ricerca

Nel 1959 presso l’Università di Stanford, Festinger e Carlsmith presentarono la loro teoria attraverso la pubblicazione di un esperimento.1

L’esperimento consisteva in questo: i ricercatori chiedevano ad un individuo per volta di prestarsi ad un esperimento particolarmente noioso, in cui dovevano fare movimenti lenti e monotoni roteando figure geometriche per circa un’ora; finito l’esercizio noioso chiedevano al soggetto sperimentale collaborare alla buona riuscita dell’esperimento, facendo credere al soggetto successivo (un complice) che l’esperimento appena svolto era particolarmente divertente. Chi si prestava, riceveva in cambio una ricompensa bassa (1 dollaro) oppure piuttosto appetibile (20 dollari).

Dopo l’esperimento, un intervistatore chiedeva al soggetto come era stato l’esperimento aldilà di quello che aveva detto al soggetto successivo. Sorprendentemente erano proprio coloro che avevano ricevuto un solo dollaro a minimizzare la noiosità dell’esperimento, parlando addirittura della “bellezza simmetrica dei movimenti degli oggetti cilindrici mossi ripetutamente sulla tavola”, sostenendo “che per la scienza si fa questo ed altro” e “di sperare che gli scienziati possano avere dei risultati significativi”. Alla fine la maggioranza degli intervenuti giudicheranno l’esperimento come “moderatamente interessante”! 2

Festinger e Carlsmith spiegarono tale risultato in base alla teoria della dissonanza cognitiva: coloro che avevano ricevuto 20 dollari potevano pensare fra sé e sé “ho ingannato il prossimo solo in cambio di un compenso”. Coloro che avevano ricevuto un compenso insignificante invece non avevano questo alibi, si trovarono quindi con una conflittualità interna che chiedeva di essere risolta. L’unico modo era quello di modificare il proprio atteggiamento spiegando a se stessi che in fondo non era un compito così noioso.

Questa capacità di addattare e sistemarci le nostre dissonanze cognitive, spesso è utilizzata non solo per sentirci meglio con noi stessi, ma anche per allinearci alle convinzioni dei gruppi a cui apparteniamo senza sentire di sacrificare troppo le nostre credenze.

Forse, essere consapevoli almeno in parte di questi meccanismi ci può aiutare ad evitare di credere troppo alle bugie che diciamo a noi stessi.

Fonti

- The Ten Most Revealing Psych Experiments

- Le armi della persuasione

  1. nell’articolo Cognitive consequences of forced complicance (pubblicato nel Journal of Abnormal and Social Psychology) []
  2. Nicoletta Cavazza, La persuasione, Il Mulino, 1996 Bologna, pp. 131-132 []

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