Siamo entrati nelle festività pasquali, ma Psicozoo non va in vacanza: si mantiene solo un pò più leggero con un piccolo speciale in dieci puntate su alcuni esperimenti classici che hanno dato un contributo fondamentale allo svilupparsi di questa disciplina.
Questo è per ricordarvi che la Psicologia, quando è studiata con criterio può e deve essere considerata una scienza. Come ho detto più volte, il terreno friabile su cui si muove – l’essere umano nella sua soggettività – la rende spesso oggetto di molteplici interpretazioni poco scientifiche o comunque poco accreditata dalla scienza accademica, nonostante fior fior di studiosi abbiano condotto esperimenti con criteri rigorosi e li abbiano condivisi con la comunità.
Il problema è definire quello che per noi è scienza:
forse se la consideriamo ancora in senso positivistico (da A viene necessariamente B) difficilmente la psicologia potrà assumere una dignità scientifica. Ma se per noi fare scienza significa trovare un modello condiviso che risolva problemi, ricordando che esso è storico e pertanto superabile, forse la psicologia può permettersi il lusso di mettere bocca in molte questioni importanti.
Vediamo insieme come alcuni esperimenti hanno cambiato il modo collettivo di pensare l’essere umano. Eccovi il primo:
1. “Il Signore delle mosche”: la teoria dell’identità sociale

Nel 1954 Muzafer Sherif e collab. organizzarono un campo estivo sulle montagne di Sans Bois, vicino a Oklahoma City, nel parco di Robbers Cave.
L’esperimento del dottor Muzafer Sherif, è un classico studio di Psicologia sociale, condotto con due gruppi di ragazzi di 11 anni in un parco pubblico in Oklahoma. Esso dimostra quanto facilmente il gruppo adotti un’identità esclusiva e quanto velocemente tale identità possa degenerare in pregiudizio e antagonismo verso coloro che ne sono al di fuori.
Cosa accadde durante l’esperimento
I ragazzi che inizialemente svolgevano le attività insieme vennero divisi in due gruppi, separando coloro che erano più amici col pretesto di una migliore organizzazione del campo. I ragazzi svilupparono un forte attaccamento nei confronti del proprio gruppo, stabilirono delle norme interne e scelsero un leader. Ciascun gruppo si diede un nome (“Aquile” e “Serpenti a sonagli”) e una bandiera.
Venne presentato una sorta di torneo in cui i due gruppi erano in competizione tra loro. Appena ebbe inizio la gara cominciarono ad amplificarsi le differenze esistenti tra “noi” e “loro” e nacquero soprannomi dispregiativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo, considerato ormai avversario. Con il passare dei giorni e con il susseguirsi delle competizioni, la svalutazione del gruppo esterno divenne ancora più marcata, culminando in aggressioni fisiche e in reciproci atti di teppismo, anche quando le gare erano finite.
Successivamente venne introdotto uno scopo svraordinato, cioè un problema importante per entrambi i gruppi, ma che un gruppo da solo non era in grado di risolvere da solo (ad es. riparare il camioncino). In questo caso, con uno scopo comune, l’ostilità diminuiva notevolmente, così come la tensione.
Insomma, se gli uomini devono competere sono disposti anche a scannarsi, ma di fronte alla necessità sappiamo anche cooperare. Proviamo a dirlo ai politici del nostro paese, magari si danno da fare piuttosto che litigare!
Diapositiva 11
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