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Van Gogh e la fondazione dell’arteterapia

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L’arteterapia (( Arteterapia è la disciplina che utilizza le tecniche espressive artistiche con finalità diagnostiche, riabilitative e terapeutiche, con l’obiettivo di spingere il paziente a creare qualcosa che esprima il suoi vissuti e li renda comunicabili )) è una disciplina giovane, ma molto apprezzata per il suo valore abreativo e di espressione dei conflitti interiori talvolta molto più delle parole. Paradossalmente, in un’epoca in cui l’arte sembra sempre più lontana dalle persone, quasi una passione per intellettualoidi, il messaggio visivo assume un’importanza sempre maggiore (basti pensare alle nostre spinte voyeristiche rispetto ai reality show, all’uso dei messaggi di posta e degli sms piuttosto che delle conversazioni, all’impatto della pubblicità nelle nostre vite). Per queste ragioni, abbiamo qualcosa da imparare da Vincent Van Gogh, nonostante la sua follia.

La vita.

Vincent Willem Van Gogh nasce a Groot Zundert in Olanda, il 30 marzo del 1853, figlio di un pastore protestante e primogenito di sei. In realtà, l’anno prima della sua nascita la madre aveva dato alla luce un bambino morto, di cui Vincent aveva ereditato il nome e il posto. L’idea di essere un sostituto del fratellino morto fu un pensiero che lo accompagnò per tutta la sua vita, così come il ricordo della piccola lapide nel loro giardino. Il ragazzo crebbe un pò sfaticato, tanto che il suo scarso rendimento scolastico spinse la famiglia a cercargli un impiego: così previa raccomandazione fu assunto presso la casa d’arte Goupil & Co., dove si occupava della vendita di riproduzioni di opere d’arte, lavoro che gli piaceva e che lo avvicinò agli ambienti artistici.

Per lavoro si trasferì prima nella filiale di Bruxelles, poi in quella di Londra, dove iniziò a dipingere i suoi primi scorci cittadini. Innamoratosi di Eugenia Loyer, figlia del proprietario della pensione presso cui alloggiava, le dichiarò il suo amore, ma lei lo respinse perchè già fidanzata. Cominciò così la sua prima crisi depressiva: il suo rendimento al lavoro diventò sempre più scarso, si allontanava per giorni senza preavviso per andare a trovare la famiglia, i datori di lavoro erano sempre più furiosi, per cui nel 1876 diede le dimissioni. Iniziò a lavorare come insegnante, facendo la spola tra Londra e L’Aja dove la famiglia si era trasferita, ma le sue condizioni psicologiche precarie spinsero i congiunti a dissuaderlo dal tornare a Londra e a trovargli un lavoro in una libreria locale.

Iniziò a coltivare interessi religiosi e cominciò a fare il predicatore prendendosi cura degli ammalati ed interessandosi alla causa dei minatori poveri. Sempre più ossessionato dalla religione, sentiva forte la spinta verso la vita ecclesiastica, ma i suoi superiori, giudicando eccessivo e maniacale il suo slancio, lo sollevarono dalle mansioni di predicatore. Decise comunque di continuare ad aiutare i poveri, vivendo nell’indigenza e riparandosi durante lunghi vagabondaggi a piedi per tutta l’Europa in casolari e stalle. Tuttavia questa vita era troppo complicata viste le condizioni psicofisiche. Nella continua indecisione tra la carriera artistica e quella religiosa, optò infine per la prima, studiando presso l’Accademia di Belle Arti, aiutato anche dal fratello Theo verso il quale nutriva un legame fortissimo, condividendo con lui anche una certa propensione all’instabilità psichica. Lasciò comunque anche l’Accademia e ritornò presso la famiglia.

Ancora una volta fu respinto in amore dalla cugina Kee, vedova e con un figlio. Arrivò a seguirla fino ad Amsterdam dove la donna si era trasferita. Al rifiuto di riceverlo, Vincent pensò bene di ustionarsi una mano su una lampada davanti ai genitori di lei. Non usò proprio un metodo ortodosso per ottenere l’approvazione dei suoceri e infatti non ci riuscì. L’ostinazione verso la cugina, spinse i genitori disperati a cacciarlo di casa e si trasferì presso Mauve, pittore stimato del tempo che lo aiutò economicamente e lo seguì nel suo percorso artistico finchè non litigarono sempre per le stranezze di Van Gogh.

Nel 1882 si innamorò di Sien, una prostituta ammalata di vaiolo, madre di un figlio e in attesa di un secondo. Vissero insieme e il pittore decise di sposarla, ma la pressione della famiglia, non proprio contenta della scelta sentimentale del figlio, lo spinse a lasciarla. Riprese i suoi pellegrinaggi finchè, provato dalla malattia, tornò a vivere dai genitori, costruendosi un suo studio dove dipingeva. I problemi non si fecero attendere: la sua amante tentò il suicio, il parroco locale lo accusò della gravidanza di una modella che aveva posato per lui, impedendo così agli abitanti del paese di posare per il pittore e costringendolo a dipingere solo nature morte; dulcis in fundo il padre morì d’infarto in seguito ad una lite con lui.

Sentendosi stretto in un contesto provinciale decise di trasferirsi a Parigi, che amò molto e dove prese contatto con la cultura artistica dell’epoca e dove risiedeva anche il fratello. Ma non durò molto lì, poichè i due fratelli, avendo entrambi problemi psichici litigavano continuamente. Decise quindi di trasferirsi ancora ad Arles, dove prese contatti con Gauguin, con il quale visse stringendo un forte connubbio artistico ed umano. Tuttavia una sera, dopo aver bevuto molto, van Gogh lanciò un bicchiere contro la testa del collega, il quale, riuscendo fortuitamente ad evitarlo, si convinse dell’impossibilità di continuare i rapporti con l’artista. La rottura definitiva avvene quando, dopo un litigio, Van Gogh ricorse Gauguin con un rasoio, anche se non ebbe il coraggio di utilizzarlo sull’amico. Tuttavia, tornato a casa, Vincent in preda al delirio, con lo stesso rasoio si tagliò l’orecchio e impacchettatolo lo consegnò ad una prostituta di un bordello locale, per poi tornarsene a casa a dormire. La mattina seguente la polizia lo ricoverò in ospedale. Alternava momenti di lucidità e di autocritica a periodi di profonda crisi psicotica, finchè, dopo una crisi paranoica nella quale si convinse che qualcuno volesse avvelenarlo, fu nuovamente ricoverato. Infine nel 1889, terribilmente sofferente per il suo disagio mentale, si ricoverò volontariamente presso una casa di cura a Saint-Remy de Provence, dove ricevette la diagnosi di epilessia (all’epoca c’era ancora molto da imparare sulla psicosi). Nonostante il soggiorno in clinica si moltiplicavano gli attacchi di panico, le allucinazioni, i gesti aggressivi, gli stati confusionali e i tentativi di suicidio, sempre alternati a periodi di lucidità, in cui il pittore prendeva coscienza di quanto gli succedeva. Nella clinica non riceveva nessuna cura, viveva in una camera con le sbarre e continuata a dipingere. Nel frattempo i suoi quadri diventavano famosi e raggiungevano le mostre più importanti dell’epoca di pittura indipendente. Nonostante iniziasse la sua notorietà (o forse proprio per questo), l’artista cadde in una lunghissima crisi da cui non riusciva a riprendersi, finchè ingeriti i colori gli impedirono di dipingere. Alla fine decise di lasciare la clinica visto che non apportava nessun beneficio alle sue condizioni psichiche. La clinica lo lasciò andare con una diagnosi di guarigione.

Nel luglio del 1890, Van Gogh, fu trovato dal locandiere della pensione presso cui lavorava sanguinante sul suo letto. Il pittore gli cofessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto in un campo vicino. Il medico non potè estrargli il proiettile e si limitò a fasciarlo, ma cercò di consolarlo spiegandogli che avrebbe potuto comunque salvargli la vita. L’artista ritenne il tentativo inutile, poichè, come disse al medico, anche se fosse sopravvissuto ci avrebbe comunque riprovato. Morì la notte successiva con in tasca una lettera per Theo con le parole:

Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità … per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione

Attraverso l’arte Van Gogh tentò di curarsi, fu l’arte che tracciò le tappe del suo percorso di follia.

…continua

Fonti:

– Wikipedia

– Lettera di Théo van Gogh alla moglie, 29 luglio 1890

– Windoweb

– vangogh.altervista.org

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