Depressione: il mostro dai mille volti

depressioni

Nel senso comune, definirsi “depressi” è spesso il nostro modo di identificare una condizione generale di profonda tristezza a cui possiamo attribuire o meno una causalità. La confusione tra depressione e tristezza ci porta spesso a contaminare questi due termini, senza fare una valutazione qualitativa e quantitativa dei nostri sintomi rispetto alla patologia vera e propria. La depressione clinica, quella definita come patologia psichiatrica, è ben altro. E’ uno stato talmente profondo e distruttivo da condizionare drasticamente tutti gli aspetti della vita di un individuo al punto da coinvolgere tutto il suo sistema familiare e sociale con effetti devastanti. Chi lo vive si sente cadere in un abisso senza uscita, talmente profondo che diventa inutile e impossibile per lui chiedere aiuto.

Tuttavia, non mi sento di condannare chi si attribuisce erroneamente questa problematica, perchè le sue forme cliniche e i significati che essa può assumere nelle diverse strutture di personalità in cui si manifesta sono talmente variegati, che non ne esiste un’interpretazione univoca. Lo so, è avvilente pensare che in Psicologia sia sempre così, ma la psiche è un terreno impervio in cui la scientificità nasce solo nel dialogo continuo tra le soggettività.

Di che si tratta?

Vista la varietà delle sue forme, per comodità userò i criteri diagnostici del DSM IV (( Il DSM IV, più volte da me citato, è il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi psichiatrici, insomma l’inglese commerciale degli operatori della salute mentale, per citare un’efficace definizione di un mio didatta)) , ricordando però che si tratta di una semplificazione, poichè ogni paziente è diverso dagli altri.

La depressione è uno stato profondo di sofferenza psichica che colpisce tra il 10 e il 15 % della popolazione. Colpisce in prevalenza le donne, in prevalenza tra i 25 e i 44 anni.

Può configurarsi come una sindrome vera e propria o come sintomo secondario di altri disturbi psichici (ansia, schizofrenia, anoressia, bulimia, disturbo border-line, dipendenza da sostanze), o organici (diabete, ictus, anemia, ipotiroidismo, Parkinson, demenze).

I sintomi.

Ne possiamo annoverare una grande varietà, ma quelli più frequenti sono:

  • L’umore depresso: Nelle fasi iniziali il disturbo può manifestarsi come incapacità di provare un’adeguata risonanza affettiva o come labilità emotiva molto forte. Nelle fasi più avanzate, si manifestano vissuti di profonda tristezza, disperazione, perdita dello slancio vitale, incapacità di provare gioia e piacere, continuo senso di noia e perdita d’interesse per tutte quello che prima amavamo. Le cose che prima ci sembravano semplici diventano insormontabili, la vita sociale perde d’interesse e si ha l’impressione di non provare più affetto per le persone care, sentendosi vuoti e aridi. Lo stato dell’umore è spesso visibile nel volto con una continua tendenza al pianto e dalla postura corporea, molle e abbattuta.
  • Disturbi ideativi del Pensiero: il linguaggio diventa scarno e lento, tutto viene interpretato in maniera negativa, si sviluppa una sfiducia nelle proprie capacità e si tende ad attribuire a se stessi tutte le colpe rispetto agli eventi negativi che accadono a noi e intorno a sè.
  • Rallentamento psicomotorio: i movimenti e la mimica si irrigidiscono, l’eloquio è povero con scarsa varietà dei contenuti e delle idee, si sviluppa una sensazione di lentezza e vuoto mentale. Forte è l’astenia, ogni gesto più semplice diventa estremamanete stancante, calano l’attenzione e la memoria, il comportamento si fa incerto e indeciso.
  • La nozione del tempo cambia, tutto è fermo fino ad arrestarsi ad un passato origine delle proprie sofferenze su cui il paziente rumina continuamente; la dimensione del futuro è del tutto assente e senza speranza.
  • lo spazio vitale si esaurisce alla propria camera e al proprio letto, unico luogo protettivo. I rapporti con l’esterno vengono cancellati.
  • Il rischio suicidario. Fino al 15% dei pazienti con disturbo depressivo maggiore muore per suicidio per non contare le persone che ci provano senza riuscirci. 2/3 dei pazienti pensa al suicidio come unica soluzione, fino a progettare nei minimi dettagli la propria fine. La convinzione che non esista possibilità di trovare aiuto e la perdita di speranza portano il depresso a concepire il suicidio come unica liberazione dalla sofferenza o come giusta espiazione delle proprie colpe. In alcuni casi può essere messo in atto il cosiddetto “suicidio allargato”: il paziente, prima di togliersi la vita, uccide le persone più care, in genere i figli, con lo scopo di preservarli dalle sofferenze della vita, dalla tragedia dell’esistenza. Il rischio di suicidio deve sempre essere preso in considerazione e dalla sua valutazione dipende la possibilità di effettuare una terapia farmacologica ambulatoriale o la necessità di optare per un ricovero.
  • Sintomi vegetativi. La depressione è spesso associata a perdita della libido, dell’appetito o iperfagia, insonnia caratterizzata da sonno interrorro e risveglio molto precoce o al contrario ipersonnia. Tipica di questo disturbo è l’alternanza diurna, che consiste nel sentirsi molto angosciati al mattino presto quando ci si sveglia, con un graduale miglioramento della sintomatologia durante la giornata.

Il trattamento.

Il tipo di trattamento varia notevolmente in base alla gravità del soggetto, al modello d’intervento dello specialista che lo segue secondo l’ipotesi eziologica che possiede del disturbo e alla motivazione del paziente. Spesso il soggetto depresso è convinto che nessuno possa aiutarlo, ragion per cui sono di solito i familiari a intervenire per la cura. Nei casi più gravi, specialmente per i pazienti a rischio suicidario è necessario un intervento combinato di farmacoterapia e psicoterapia. I principali farmaci utilizzati per il disturbo depressivo sono gli antidepressivi triciclici, gli IMAO, il litio per la psicosi maniaco-depreessiva e i cosiddetti farmaci di seconda generazione come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (ad esempio il noto Prozac). Questi farmaci, poichè causano notevoli effetti collaterali, vengono via via sostituiti da altri più selettivi come il Burpirone. Per quanto rigurda la Psicoterapia, ritengo che in questo genere di disturbo sia di fondamentale importanza, poichè le recidive anche in pazienti trattati farmacologicamente sono estremamente numerose. La depressione è un segnale forte che qualcosa si è rotto nella nostra esistenza e non può essere trascurato.

Cito per amore di competezza altri rimedi di tipo più empirico, ma pensateci bene prima di ricorrervi: la terapia elettroconvulsivante (devastante a lungo termine per il sistema nervoso centrale!), la deprivazione di sonno e la fototerapia utilizzata per la cosiddetta depressione stagionale.

Come mi devo comportare se un mio caro è depresso?

E’ comune per chi soffre di una crisi depressiva sentirsi dire che se ci mettesse più volontà sarebbe in grado di superare il momento difficile che sta attraversando ed uscire così dalla sua condizione di abulia e astenia. Siccome tale messaggio giunge al depresso da più fonti, egli stesso finisce per convincersene. Va sottolineato che il suddetto messaggio, pur se animato da buone intenzioni e finalizzato a fornire un aiuto al paziente, non tiene conto della natura stessa del disturbo depressivo e finisce per essere controproducente. La volontà è, infatti, la quantità di energia psichica di cui il soggetto può disporre e utilizzare per la realizzazione dei suoi scopi, ma una delle caratteristiche dell’episodio depressivo acuto consiste proprio nel fatto che vi è una netta riduzione della quantità di energia psichica a disposizione del soggetto. La riduzione quindi della possibilità di utilizzare lo strumento della volontà è parte integrante della sintomatologia depressiva e non è possibile puntare su di essa per il superamento della crisi. Le stimolazioni esterne in questo senso sono quindi fondate su una scarsa conoscenza dei meccanismi psichici che stanno alla base del disturbo depressivo, non hanno possibilità di essere utilizzate dal soggetto e anzi finiscono per avere un effetto controproducente, determinando nel depresso l’aumento dei sensi di colpa, peraltro già presenti, ed un peggioramento del quadro depressivo. Il depresso infatti, per sua natura ritiene se stesso responsabile dei propri disturbi e dell’incapacità di guarire: convinto di poter “star meglio facendo uno sforzo”, si giudica indegno per la propria condotta, per la propria pigrizia, per il proprio egoismo. L’atteggiamento migliore da tenere è quello di manifestare empatia e comprensione per quello che i nostri cari stanno vivendo, aiutare gradatamente chi soffre a riprendere le proprie attività, spingerli a delicatamente a consultare uno specialista per assumere un’adeguata terapia farmacologica ed intraprendere una psicoterapia.

LA DEPRESSIONE NON SI CURA COL FAI-DA-TE, per quanto amore e buona volontà si possa avere, non basta portare il paziente a spasso per farlo stare meglio. La consulenza di uno specialista può salvare una vita.

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110

Perfettamente d’accordo con te Paolo.
Gli psicofarmaci sono utili nei casi più gravi, ma se non si vuole ridurre la persona ad una larva il trattamento va integrato con una psicoterapia, che permetta lo scalaggio progressivo dei medicinali.
Un saluto

avatar Paolo scrive:

Per gli psicofarmaci la percentuale di suicidi è del 50%. Metà dei suicidi sono commessi da persone che prendevano psicofarmaci. Nei casi di suicidio allargato e stragi arriviamo ad una percentuale di quasi il 100% di persone su psicofarmaci. Se leggiamo gli articoli dei giornali per le varie tragedie “inspiegabili” che succedono, scopriamo che la persona era in cura per depressione e cioè, nel 99% dei casi, prendeva psicofarmaci.

Capisco che le case farmaceutiche debbano guadagnare ma è ora che i medici si sveglino e decidano di fermare questa strage.