Il nostro lavoro è legato a filo doppio con l’idea che abbiamo di noi stessi, ci definisce e contribusce al nostro sentirci utili nel mondo.
I dati sull’occupazione nel nostro paese e in tutta Europa sono allarmanti: il centro studi di Confindustria prevede per il 2009, un tasso di disoccupazione pari all’8,4%, con una stima per il Sud Italia dell’11%, un tasso di lavoro femminile tra i più bassi d’Europa e una quota di lavoro precario, a tempo indeterminato, a collaborazione, interinale che si stima raggiungerà il 50% delle nuove assunzioni. Per non parlare poi delle stime effettuate dalla Commissione europea sulla perdita del lavoro: 3,5 milioni di posti di lavoro sono a rischio nel 2009, in particolare nel settore automobilistico, quello dei servizi finanziari, quello meccanico e quello dei trasporti, con una perdita prevista di oltre 100.000 posti di lavoro. La famosa “crisi” colpisce in particolare i lavoratori a termine, cioè proprio i più giovani. Il tasso medio di disoccupazione nell’Ue è passato dal 6,8% dei primi del 2008 al 7,4% dello scorso dicembre, con 300.000 disoccupati in più nel giro di un mese.
Le statistiche in questo caso non rappresentano solo dei numeri, ma una quota considerevole di persone e famiglie che pagano un devastante prezzo emotivo quando il lavoro se ne va.![]()
La psicologa di Los Angeles, Sharon Tucker ci ricorda come la nostra cultura sia fondata su quello che le persone fanno nella vita. Per molte persone, essere licenziati rappresenta la perdita della loro identità.
Dorothea Braginsky, Professoressa di Psicologia presso la Fairfield University nel Connecticut, che ha studiato a lungo gli effetti della perdita dell’occupazione sulle persone, afferma che il legame tra il lavoro e la percezione del proprio valore si stabilisce in un’età precoce e viene rinforzato lungo tutto il corso della vita. Una delle prime cose che chiediamo ai bambini è cosa vogliono fare da grandi e quando conosciamo una persona, una delle prime informazioni che domandiamo è cosa fanno nella vita. Il lavoro diventa così una parte essenziale della definizione di sè.
La ricerca. Negli anni ’70, la Professoressa Braginsky ha iniziato a seguire un gruppo di 50 uomini che avevano perso il lavoro. I suoi studi hanno verificato che il trauma legato all’esperienza può essere duraturo, sia per i licenziati che per i loro partners. “Gli uomini che hanno ritrovato il lavoro di solito hanno recuperato la loro autostima, ma essa non è mai più tornata allo stesso livello di chi non l’ha mai perso,” afferma la Braginsky. Allo stesso modo, il cinismo e la sfiducia s’incrementano in coloro che vengono licenziati, coinvolgendo in questo i partners e i figli. Questa dinamica si ripercuoterà nella prossima generazione, con giovani che approcceranno il mondo del lavoro e delle relazioni con un profondo senso di diffidenza.
Come vivere al meglio questo momento difficile della propria vita?![]()
Rachelle J. Canter, Psicologa di san Francisco e consulente del lavoro per molte importanti compagnie americane quali American Express Co., AT&T, Bank of America Corp., Hewlett-Packard Co. e l’Università della California, utilizza una metafora forte: “Perdere il lavoro” afferma “è come essere investiti da un’auto” . La dottoressa Canter consiglia a chi ha perso il lavoro, di provare a fare dell’evento un’occasione di crescita per interrogarsi sulle propria vera vocazione. Invita, infatti, a darsi il tempo di prendere consapevolezza della nuova realtà dei fatti, prima di chiedere aiuto agli altri. “La rete di aiuto intorno a noi è importante” afferma la Dottoressa “ma è bene non presentarsi nella maniera sbagliata. Le persone non assumono chi è disperato.”
Per quanto riguarda le modalità di affrontare la questione in famiglia, le cose si complicano.
Dire ai propri figli che si è perso il lavoro è la parte più difficile, è come riconoscere ai loro occhi che il genitore non è più in grado di prendersi cura di loro, instillando paura e sconcerto nei bambini. Si cerca quindi sempre di minimizzare la gravità della situazione e non è facile mostrarsi forti e sereni quando si sente che la propria identità è messa in pericolo. Cercate di proteggere i vostri bambini il più possibile da paura e ansia, specialmente i più piccoli che vedono ancora la mamma e il papà su di un piedistallo. “I bambini non devono venire a conoscenza di tutti i particolari più drammatici” continua la dottoressa, “e soprattutto non hanno bisogno di sapere che il Papà e la Mamma sono spaventati. Fate attenzione a quello che dite, meno dite e meglio è.”
Su questo punto sono d’accordo in parte. Ritengo in fatti che quando in casa c’è molta tensione e l’argomento non viene affrontato, i bambini ne risentono in maniera drammatica. Dunque, in base alla loro età e al loro livello di responsabilità, a mio parere è bene che i genitori spieghino ai figli la situazione, facendo lo sforzo di mostrarsi sereni e ottimisti e senza dar loro delle incombenze che non possono prendersi (ad es. “stai vicino al tuo fratellino o alla mamma”).![]()
Lo stesso vale per il partner. Molto coppie si uniscono maggiormente davanti alle difficoltà, ma è anche vero che spesso rabbia e risentimento s’introducono in maniera inconsapevole nella coppia, minando l’edificio della relazione. Per queste ragioni, la giusta comunicazione è fondamentale. Se il vostro partner perde il lavoro e cominciate a provare rabbia nei suoi confronti, forse, senza saperlo lo state valutando incapace di sostenere la famiglia, sebbene abbiate le migliori intenzioni. Fatevi questa domanda, potrebbe salvare il vostro rapporto, anche perchè riuscirete ad essere un sostegno migliore per il vostro compagno nell’affrontare la situazione.
Fonti:
- David Lazarus “Joblessness takes a toll on the soul” dal Los Angeles Times
- www.uil.it
- www.ansa.it




















1 Commento
ci troviamo senza lavoro e la nostra è diventata una situazione grave ringraziamo sul commento di non presentarsi nella maniera sbagliata.Lepersone non assumono chi è disperao. Grazie
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