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La caccia

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E’ in giro per l’Italia da quasi un anno lo struggente e sorprendente lavoro di Luigi Lo Cascio e dell CSS, Teatro stabile di innovazione del FVG, “La caccia”, liberamente ispirato alle “Baccanti” di Euripide.

La tragedia. Dioniso, (il Bacco dei romani per intenderci) dio del vino e del piacere nasce da Zeus e da Semele, una donna mortale originaria della città di Tebe. Penteo, tiranno della città, nonchè nipote del dio, osteggia fortemente il suo culto poichè ritiene che una tale divinità possa corrompere la virtù e la pacatezza dei costumi che lui impone ai propri sudditi. Ma il dio non può accettare che proprio nella sua città d’origine il suo nome non venga venerato, così nelle sembianze di un bellissimo giovane scende tra i tebani seminando il vizio. Per convincere gli uomini del suo potere instilla nelle menti delle donne di Tebe, tra cui le zie e la madre di penteo, Agave, un istinto folle ed insaziabile che le spinge a rifugiarsi sul monte Citerone per compiere frenetici riti orgiastici di una crudeltà inaudita. Penteo osteggia l’azione del dio imprigionando il giovane che crede un suo semplice messaggero, ma che è in realtà Dioniso in persona. Inutile dire che il dio si libera immediatamente generando un tremendo terremoto. Le donne tebane seguaci di Bacco nel frattempo ne combinano di tutti i colori, facendo zampillare fonti di latte e miele dai monti, squartando intere mandrie di vacche a mani nude e seminando distruzione e scompiglio nei villaggi che invadono. Penteo, combattuto tra il dovere morale di ristabilire l’ordine ed un sotterraneo desiderio di soccombere alle passioni che tanto osteggia, viene convinto da Dioniso stesso a salire sul monte Citerone per vedere le Baccanti. Si veste da donna per non farsi riconoscere e si arrampica su un albero per rimanere nascosto alla loro vista. Lì le baccanti lo trovano e ne dilaniano il corpo, prima tra tutte la madre stessa che torna a Tebe con la testa del figlio impalato sul suo tirso, convinta che si trattasse di una testa di leone. Scoprirà l’amara verità solo al ritorno in casa. Così si consuma l’amara vendetta del dio.

La trasposizione teatrale. Ad una tragedia riproposta in così tante forme come “Le baccanti” è difficile dare un impianto originale, ma fedele allo stesso tempo al messaggio dell’autore. Ci riesce splendidamente Luigi Lo Cascio, ospite solitario del palcoscenico. A fargli compagnia nello spiegarsi della trama sono immagini video proiettate su una lavagna e brevi intervalli “pubblicitari”: così tutti i personaggi(tra cui uno straordinario ragazzino tredicenne nella parte del “critico teatrale” che poi si rivelerà tutt’altro), essendo semplici proiezioni con cui l’attore dialoga, sono vissuti dagli spettatori come allucinazioni di una mente che passa progressivamente dalla fredda lucidità della ragione più rigida all’abbandono tra le braccia della follia.

Le baccanti e la psicologia. Vi starete chiedendo perchè Psicozoo commenti un’opera teatrale. In realtà voi sapete quanto la psicologia sia il prezzemolo che condisce molte manifestazioni della creatività umana. In realtà in questo spettacolo che mi sono goduta ieri dalle poltrone del teatro Diana di Napoli, mi è sembrato di vedere il dispiegarsi chiarissimo del percorso che separa la ragione alla follia. Per non parlare di altri mille temi che non abbiamo lo spazio di approfondire: la latente tendenza di ognuno all’omosessualità, la madre che ci genera e ci distrugge, il tentativo d’ingabbiare la conoscenza che è destinato sempre a fallire e chi più ne ha più ne metta.

Ma veniamo a noi. I piaceri della carne, come sintetizza nell’ultima scena Lo Cascio, non possono essere del tutto passati sotto la lente della ragione perchè fini a se stessi. Vanno cotti e mangiati insomma. Eppure i significati che la sensualità e la violenza disvelano all’essere umano sono infiniti. Quando ci si costringe in maniera rigida a privarsi del godimento, quando si cerca di vincolare ogni propria passione alla ragione e al senso del dovere, allontanado da sè qualsiasi possibilità di trovare gioia nelle cose belle della vita perchè possono far perdere il controllo, ecco che si rischia di sprofondare inconsapevolmente e lentamente nella follia. Alcune persone, di fronte alla possibilità di sperimentare qualcosa che da loro gioia, si spaventano talmente al pensiero di poterla perdere o all’idea di diventare vulnerabili, da allontanarla da sè. Tuttavia la curiosità è un tarlo che si insinua lentamente anche nella persona più moderata e quanto più la si allontana, tanto più essa si ripresenta sotto forma di sintomi o addirittura di allucinazioni. Finchè non si arriva al punto di non ritorno. Da cacciatori e persecutori di chi si lascia andare al piacere, si diventa prede: quando il desiderio è troppo forte, la mente ci abbandona e sprofondiamo nella malattia.

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