Datemi un martello

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E’ una mattina assolata e le vetrate della residenza psichiatrica appena pulite permettono alla calda luce diurna di illuminare ogni cosa. Gli oggetti, i volti stanchi degli operatori, gli occhi persi e carichi di senso dei pazienti. E’ tutto pronto per il pranzo, i pazienti hanno apparecchiato meticolosamente la tavola, aggiungendo un tassello in più al loro percorso riabilitativo.

Aspettando l’arrivo del pranzo guardiamo insieme un pò di televisione per esorcizzare insieme le fatiche della mattinata. Trasmettono la solita pubblicità, adesso sta andando in onda lo spot dei Plasmon, ricordate, quello dei bambini in salopette arancione, che si riversano in un prato verde e rigoglioso con un martello di gomma in mano. Le leggi della comunicazione sono studiate per menti più o meno “normali”, se così si può dire. Scopo di questa pubblicità dovrebbe essere quindi quello di dare un’immagine di bambini operosi, energici e allegri perchè hanno mangiato il loro biscotto per colazione. Eppure l’esperienza mi ha insegnato che ci sono tante menti quante le persone che le incarnano. Per qualcuno un bambino col martello può essere una minaccia alla propria incolumità, se esce dallo schermo con quell’arma in mano.

Fa caldo, io scherzo col mio collega traccinado in aria il segno della benedizione papale. Non ricordo nemmeno di quale argomento stessi parlando. Ma quel gesto sarcastico per Michela divenne il segno inequivocabile che io ero uno di quei bambini usciti dal monitor, che agitava in aria il martello per farle del male. Mi diede una spinta, poi scappò a nascondersi. Io interdetta mi alzai di colpo, riforzando in lei la convinzione che volessi aggredirla. Dalla tavola imbandita prese un coltello da cucina, non per farmi del male, ma solo per difendersi dall’orribile mostro che per lei ero diventata. Non mi vedeva più, non mi riconosceva come la persona che ogni giorno era abituata a vedere nei corridoi della residenza. Ero una minaccia per la sua vita.

Dovetti allontanarmi, il mio collega le prese delicatamente le mani e togliendole il coltello e tentò di farla ragionare. Dovette trascorrere del tempo perchè tornasse a fidarsi di me.

Questa storia mi ha fatto capire come talvolta le reazioni aggressive degli altri, anche se non così patologiche, possano nascere da immotivate paure che spesso non sono suffragate dai fatti. E non è con la logica alla quale siamo abituati che possiamo convincere chi ha paura, delle nostre buone intenzioni. Il nostro sforzo deve essere quello di provare a comprendere che non sempre le paure di chi ci sta vicino seguono la logica del buonsenso e non sempre basta spiattellare in faccia agli altri prove empiriche della realtà dei fatti, per rassicurarli del fatto che siamo nel giusto.

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110