Una telefonata.

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-    Pronto?
-    Dottoressa, come sta? Sono il signor M.
-    Ah, salve signor M., sto bene, la ringrazio. E lei come sta?
-    Non bene.

-    E’ successo qualcosa? Ha litigato ancora con sua moglie? Ma no, certo, mi lasci indovinare, è suo figlio che le ha fatto un altro scherzo. Cosa ha combinato stavolta? Su, mi racconti, le ha messo ancora la vaschetta del gatto davanti alla porta del bagno, per farla inciampare? O le ha nascosto le sigarette? E’ normale alla sua età, è solo ribellione adolescenziale, non si preoccupi, passerà. Lei che è sempre così vitale, saprà metterlo in riga quel ragazzaccio.

La mia ridicola risata non trova eco.

-  No, stavolta no. In qualche modo c’entra mia moglie, c’entra mio figlio, c’entrano il gatto e le sigarette. C’entrano tutte queste cose e nessuna di queste. Voglio sospendere la terapia motoria, voglio sospendere anche la terapia neuropsicologica con lei. Da due settimane non prendo più i farmaci salvavita. Lascio andare tutto così.

Sono stremata come se avessi zappato la terra. Stritolo tra le dita il cavo del telefono.

Cosa c’era scritto nei manuali a proposito del suicidio del paziente? “E’ normale che un soggetto privato della sua integrità fisica e mentale possa elaborare ideazioni suicidarie. E’ fondamentale che lo psicologo non si senta in dovere di salvare la vita del paziente, per soddisfare le sue fantasie onnipotenti da redentore dell’umanità.” Cazzate. L’unica cosa che ho in mente ora è che una persona all’altro capo del filo vuole mettere fine alla sua vita.

Perché ho scelto questo mestiere? Avrei potuto fare qualcosa di più rilassante, che so coltivare le rose in una serra, fare l’uncinetto, e invece, eccomi qua, alle prese con qualcosa di grande, enorme, una vita intera appesa al filo del telefono. “Una telefonata allunga la vita”, diceva uno spot.

Ha chiamato me, in fondo non avrebbe alzato la cornetta se non volesse essere salvato. Eppure questo non significa che non voglia davvero finirla. Ha sospeso i farmaci, non ha usato una pistola o del veleno, certo, ma si sta lasciando morire. Il processo è già in corso, non si tratta di una vaga intenzione, non è una forma di esibizionismo. Ha smesso semplicemente di lottare e questo per un individuo che dipende dalle cure che riceve, significa condannarsi.

Ama ancora la vita però, è solo francamente spossato. E’ stanco di star male, di non essere più autonomo, di passare i suoi pomeriggi in un centro di riabilitazione, di combattere con l’ignoranza della gente. Ha ragione, non posso dargli torto. Ora mi sta chiedendo semplicemente se c’è un rimedio, se io ho una soluzione per lui, non un incoraggiamento, ma una risposta definitiva, vera, immediata, una strada maestra per la salvezza. Un antidoto o un’autorizzazione a farla finita.

Sento crescere una rabbia immensa. Perché lo chiede proprio a me? Certo, io sono la sua psicologa, sono pagata anche per ascoltarla, ma in fondo non sono che una donna, un essere di carne e sangue che ingoia la vita a suo modo, proprio come lui. Come può vedere, caro, dolorante signor M., davanti alle difficoltà non sono meno sprovveduta di lei.

-  Ascolti signor M., comprendo perfettamente quello che prova. La vita è già dura di suo e con quello che sta passando lei, sembra davvero che non valga la pena di andare avanti. Ma si dia un’altra possibilità, l’ultima. Vediamoci domani, e parliamone. Ora prenda i farmaci ancora una volta. Se domani le sembrerà ancora inutile continuare , trarrà le sue conclusioni e deciderà.

-         Va bene, verrò, ma credo sia inutile. Lo faccio solo per non farla dispiacere.
-         D’accordo, la ringrazio molto.
-         Grazie a lei, so che non dovrei chiamarla fuori orario.
-         Non importa, lo faccia senza problemi quando ne ha bisogno.

A volte i pazienti sembrano chiedere più di quanto puoi dar loro, ma se lo vogliono devi darglielo. Una lesione cerebrale non è un raffreddore, non passa con l’aspirina. Non guarisce mai, non si rimargina mai, non la puoi dimenticare per riprenderla domani. Diventa una presenza dentro di te e non c’è speranza che faccia le valige.

-         Entri signor M., la aspettavo. Voglio mostrarle solo una cosa, o forse due, e poi è libero di andarsene.

Dal mio grande valigione estraggo fogli con date e tratti sghembi. E’ il suo lavoro, è la riabilitazione con cui si sta guadagnando una vita possibile. E’ il prima e il dopo. Il prima, quando non c’era speranza e il dopo, con tutti i miglioramenti segnati su carta con un tratto che sembra indelebile. Il signor M. li guarda diffidente, poi comincia a sorridere. Quei fregi tracciati dalla sua penna, confrontati con gli scarabocchi informi dei primi tempi, dicono solo una cosa: sta progredendo e a passo spedito.

-         Allora, non sono rimasto immobile, sono andato avanti, sono migliorato.
-         E non è ancora finita signor M., può fare ancora di più.
-         Allora che dice, me la prendo un’altra pillolina?
-         Non sarebbe una cattiva idea.

Si cava dalla tasca un minuscolo astuccio di metallo colorato, ne estrae un pallino bianco e se lo infila in bocca.

-         Me lo da un bicchiere d’acqua per favore?
-         L’aspetto domani signor M.
-         Non mancherò.

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110