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Scoperto il gene del…Pangenetismo!

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La genetica è sicuramente la scienza del futuro o perlomeno quella che ci regalerà le più inaspettate sorprese e che contribuirà non poco a migliorare la nostra qualità della vita. Basta pensare ai progressi che sta ottenendo con le malattie degenerative a componente ereditaria, come il morbo di Alzheimer ad esempio, che adesso ci sembrano invincibili. Però, però.

Adesso, con tutto il rispetto per questa meravigliosa e impagabile scienza, non staremo un po’ esagerando?

Cito da Google:
– Non basta la bellezza, scoperto il gene della popolarità (adnkronos.com)
– Scienza/ Scoperto il gene dell’effetto placebo… (www.affari italiani.it)
– Scoperto il gene della depressione – Wikinotizie
– Scoperto il gene del transessualismo maschile… (adnkronos.com)

Di esempi così ne trovate a decine se inserite su Google le parole “scoperto il gene di..”.

E’ un fatto evidente che ciascuno di noi nasca con una predisposizione biologica ad un temperamento piuttosto che ad un altro, tuttavia assolutizzare il ruolo dei geni in comportamenti così complessi come quelli dell’essere umano significa negare completamente il ruolo delle esperienze nella nostra vita. In questa prospettiva, per l’uomo non c’è nessuna possibilità di riscatto rispetto a quello che il suo DNA ha previsto per lui.

Un po’ avvilente no? E’ come se nascessimo col destino già scritto, e non conta niente se la mamma ci ha voluto bene o ci ha maltrattato, se il papà era troppo severo o assente, se il nostro primo amore ci ha lasciati per un altro, se da bambini ci è morto il nostro amato cucciolo. Quella che è considerata la più scientifica delle discipline finisce per diventare un determinismo religioso.

Prendiamo la timidezza ad esempio, come la definireste nella vostra esperienza comune?

Gli studiosi dell’Istituto San Raffaele di Milano hanno verificato in uno studio pubblicato nel Gennaio 2005 sulla nota rivista “Archives of Gneral Psychiatry”, che i bambini classificati come più timidi reagiscono attivando l’amigdala piuttosto che la corteccia cerebrale quando gli vengono mostrate immagini di volti ostili. In poche parole, piuttosto che ragionare, di fronte al pericolo questi bambini attivano la parte più primitiva del cervello, in soldoni, perdono la testa! Tutto questo avverrebbe ad opera del gene 5-HTTLPR. Eppure è sufficiente questo per affermare che quello sia il gene della timidezza?

Timidezza può significare molte cose: arrossire facilmente, fare fatica ad interagire con persone nuove, parlare poco, allontanarsi da contesti in cui non ci si sente sicuri e molte altre cose ancora. L’azione del gene può spiegare solo uno di questi aspetti o tutti? La risposta cambia in base alla definizione che diamo della parola timidezza.
Credo che il problema fondamentale di molte ricerche in campo genetico che riguardano temi di natura psicologica sia una questione di definizione dei termini.

Se mi si dice che un gene può essere responsabile di una reazione fisiologica come l’arrossire di fronte a uno stimolo sconosciuto, posso anche ragionarci su, se si pretende invece che un singolo gene sia responsabile di un comportamento così complesso, senza che sia considerata la personalità dell’individuo, il modo in cui è stato cresciuto e le persone che ha incontrato nella sua vita, permettemi qualche perplessità.

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