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Il mostro di Foligno

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Luigi Chiatti, alias Antonio Rossi, alias il mostro di Foligno, nasce nel 1968 da padre ignoto e madre nubile, che lo porta in un brefotrofio il giorno stesso della sua nascita. Inizialmente la madre gli fa delle visite che si riducono progressivamente, fino ad annullarsi.

Bambino schivo e tendente all’isolamento, sviluppa già piccolissimo una spiccata tendenza aggressiva verso le figure femminili (che gli ricordino l’abbandono ricevuto dalla madre, presente nei primi anni e poi sparita?). Intorno ai 6 anni viene adottato da una famiglia senza figli, non troppo convinta in realtà di volerne.

La madre adottiva, insegnante, sembra affettuosa, ma si dimostra ben presto una persona che non vuole problemi e allontana il figlio ogni qual volta gliene crea. Il padre, medico, è freddo e distaccato, vive da orso, chiudendosi per giorni nel suo studio appena in famiglia sorge una discussione. Il processo di rigenitorizzazione di un bambino problematico delude le aspettative, riproponendo un modello familiare ancora una volta patologico.

E la malattia familiare, si sa, rinforza la malattia del singolo. Luigi è un problema, un problema in famiglia e un problema a scuola, bambino silenzioso e aggressivo anche lì. Riesce a diplomarsi geometra e comincia il praticantato, ma i risultati sono scarsi: il ragazzo si applica poco ed è troppo timido per interagire con la clientela. Durante il servizio militare ha le sue prime esperienze omosessuali, per lui unica possibile modalità per chiedere amore alle figure maschile, completamente assenti nella sua vita.

A grandi linee (scusate la sintesi!), ecco il background in cui nasce e si rinforza la patologia. Ma veniamo ai fatti.

4 ottobre 1992: Simone Allegretti, 4 anni, scompare da casa. Le ricerche non danno risultati, decine di mitomani si costituiscono alla polizia o telefonano per autodenunciarsi, ma nessuno di loro è realmente un plausibile colpevole. In una cabina telefonica viene trovato un messaggio scritto su carta quadrettata col normografo e privo di impronte digitali, in cui l’assassino dichiara la sua colpevolezza, indica il luogo dove ha lasciato il cadavere e chiede aiuto perché lo farà ancora. Si firma “il mostro”, perché, come spiegherà più tardi al processo, lui si sente un uomo solo in una terra di estranei. Mostro come diverso. Nessuno riesce a trovarlo.

7 agosto 1993: La stessa sorte tocca a Lorenzo Paolucci, di 12 anni. Luigi chiatti lo uccide a colpi di forchettone, poi si offre tra i volontari che effettuano le ricerche del ragazzo scomparso. Stavolta si tradisce. Tracce di sangue portano dritto a casa sua e i suoi abiti mostrano ancora tracce dell’abominio che ha compiuto. L’interrogatorio lunghissimo e snervante porta infine alla sua confessione per entrambi gli omicidi. Viene infine condannato a trenta anni di reclusione.

Il processo ha visto accanto alla battaglia legale, un’estenuante diatriba psichiatrica a colpi di diagnosi. La psichiatra che lo segue durante il processo si orienta verso un disturbo border-line di personalità, che, pur grave, non è considerato una vera e propria patologia e gli viene riconosciuta la semi-infermità mentale, che traduce la condanna dall’ergastolo a 30 anni. Tra parentesi, grazie all’indulto ne sconterà 3 in meno.

L’accusa sostiene con forza che il Chiatti soffre di problematiche della personalità, di sado-masochismo, di tendenze omosessuali, tutti aspetti, secondo i periti, legati alla personalità, tratti del carattere e non patologie che possano realmente compromettere la capacità d’intendere e di volere dell’uomo.

La fredda logica con cui il serial-killer ha depistato le indagini, l’assenza di un reale pentimento, il modo in cui ha nascosto ogni traccia, a loro avviso, denotano uno stato di normalità, in cui la testa funziona a pennello e gli ha permesso di compiere gli omicidi con l’uso di una logica perfettamente congrua con lo scopo.

Si può considerare normale una persona che uccide un bambino a forchettate, che lascia un biglietto in cui chiede aiuto alle autorità perché non riesce a fermarsi, che chiede di rimanere in carcere e di non uscire perché non vuole stare da solo, che prega di non liberarlo o non riuscirà a fermarsi?

In una lettera a Simone Allegretti, Luigi Chiatti scrive che lo ha fatto perché voleva solo il suo amore, amore che il bambino non poteva dargli. Non sa spiegare diversamente il suo delitto. Ecco una persona “normale”.

E’ ovvio che questo non può e non deve cancellare l’assurdità di quei delitti e lo sdegno profondo che proviamo di fronte ad una simile efferatezza, ma da qui a considerare “normale” una persona del genere solo perché ragiona sul modo di non far trovare le sue impronte, il passo mi sembra troppo grande. Essere folli non significa essere stupidi, significa fare e sentire cose molto lontane dal senso comune, come ultima difesa dal terrore che si prova verso la vita. Con queste parole non voglio fare del falso pietismo, non ho nessuna intenzione di perdonare e giustificare, voglio solo difendere la nostra incolumità da tutte queste persone presunte normali, che in quanto tali ricevono una pena, la scontano senza essere curati e poi tornano in libertà come tutti i cittadini in possesso delle loro facoltà mentali.

Nel 2025 Luigi Chiatti uscirà di prigione. Avrà 57 anni e tornerà a colpire. Perché la sua è pura patologia. Se fosse stato dichiarato completamente incapace di intendere e di volere, sarebbe stato ospitato in un ospedale psichiatrico giudiziario, sarebbe stato curato per tutta la vita in una struttura adeguata e probabilmente non sarebbe più uscito da lì, perché nessuno psichiatra con un po’ di sale in zucca l’avrebbe rimesso in libertà. E

cco un esempio di come il desiderio sfrenato di una punizione per chi è malato, senza l’adeguata informazione sulle misure più adatte, mette in pericolo noi stessi, i nostri figli e la società intera.

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