
E’ pressoché impossibile rendersi conto di quanto ogni mente possa avere una prospettiva completamente diversa da tutte le altre e questa affermazione appare in tutta la sua veridicità quando ci troviamo di fronte ad un disturbo neuropsicologico.
Siamo abituati a dare per scontato che il mondo reale corrisponda a quello fenomenologico, che ciò che percepiamo sia un ritratto fedele della realtà, eppure non è così per tutti. Per noi “sani” il mondo ha una prospettiva a 360 gradi, lo spazio percettivo si dipana di fronte a noi in tutta la sua completezza.
Non riusciamo a capire l’importanza di avere una capacità percettiva ed esplorativa dello spazio completa, perché diamo per scontate l’esistenza e l’universalità di esperienze basilari e ovvie della nostra vita, quali il ruolo della destra e della sinistra.
Per un paziente eminegligente, invece, il campo percettivo si restringe. Il risultato della perdita di consapevolezza dello spazio è una percezione mutilata, privata di una dimensione importante, quale tutto il mondo alla propria sinistra. Sebbene il paziente ignori questa parte dello spazio, essa è presente, creandogli un numero infinito di limitazioni nell’autonomia, nella cura della propria persona, nello spostarsi liberamente da un luogo all’altro.
Ecco il racconto di Giovanni, un uomo poco più che cinquantenne, che in seguito ad un ictus contrasse una grave forma di eminegligenza, seguito da me nella riabilitazione.
“Mi capitava molte volte, specialmente nel mangiare, di dimenticare i maccheroni nel piatto, le pillole, il gatto, se questi erano posti alla mia sinistra, non li vedevo.
Non era una questione di sguardo, vivevo tutto a destra, la sinistra non mi interessava proprio. Anche se dovevo solo alzare il braccio verso sinistra era una fatica enorme, non mi interessava. La gente a sinistra non la avvertivo, né il rumore, né la sensazione. Dimenticavo i maccheroni a sinistra, il pezzo di pera, tutto ciò che era a sinistra.
Dopo la malattia dipendevo dagli altri completamente, dovevano vestirmi, lavarmi e aiutarmi in tutto. Noni riuscivo proprio a farmi la barba. Poi ho cominciato a perdere i soldi, il telefono, l’accendino. Non me ne rendevo proprio conto.
Buttavo tutto per aria, lasciavano le scarpe in giro e io ci andavo a finire sopra, calpestavo la vaschetta del gatto, inciampavo nel filo del telefono. Avevo paura che aprissero la porta mentre passavo e io non me ne accorgevo. Non attraversavo più la strada da solo perché avevo paura, non vedendo le macchine che venivano da sinistra, potevo fare una brutta fine.
Dopo la malattia, ho guidato la macchina solo una volta ma mi sono reso conto che era impossibile, allora non ho guidato più. Verso marzo/aprile ho ripreso la patente. Ho guidato al massimo per 10 km perché mia moglie aveva paura. La prima volta ho fatto incidente perché un signore è passato col rosso a sinistra.
Da allora non l’ho più guidata. Per migliorare ho dovuto fare un cambiamento di percezione totale, non parlo solo di vedere, ma di modo di vivere, perché la sinistra si vive anche, non si vede solo. Bisogna diventare un po’ mancini con la mente.”





















