Abilitare la disabilità

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Il crescente livello di complessità e di efficienza delle apparecchiature tecnologiche pensate per migliorare le condizioni di vita dei disabili gravi, riempie gli occhi loro e dei loro cari, di grande speranza. Molti progressi sono stati ottenuti grazie all’adozione di microswitches, strumenti che fungono da interfaccia tra la persona e il mondo, traduttori che sfruttano le capacità residue, siano esse risposte motorie o vocali (ad esempio attraverso i software per voice recognition), strumenti di stimolazione ed autodeterminazione, che oltre a migliorare le condizioni materiali di vita del paziente, hanno il potere di sortire grandi effetti sull’umore.

Alcuni di essi, ad esempio i “Brain computer interfacing”, captano le onde cerebrali per fare il loro stesso lavoro, in altre parole “rilevano il pensiero”; altri fungono da braccia o da gambe robotizzate, attraverso sensori applicati sotto la lesione, (purtroppo non sono applicabili a tutti i paraplegici, ma solo a quelli in cui sono ancora attive le connessioni motorie).

Per quanto innovativi ed utili si siano rivelati questi strumenti, tuttavia, essi frequentemente vengono presto abbandonati dai disabili che li adottano, poiché spesso non sono costruiti per soddisfare le loro reali esigenze, bensì per rispondere a precostituiti standard di normalità. Molti disabili li vivono come pezzi di ferro attaccati al loro corpo e non riescono a sentirli come parti di esso.

Questo fenomeno ha sollevato molte riflessioni sulla necessità di creare un ponte tra le innovazioni scientifiche e i suoi destinatari (“Matching Person and Technology”): non basta l’apporto della tecnologia per affermare che l’handicap è superato, ma esso deve dare al soggetto disabile la reale percezione di una migliore qualità della vita. È da queste riflessioni che nasce il concetto di Psicotecnologia, la branca della Psicologia che studia l’impatto delle innovazioni tecnologie nella percezione e nell’immaginario delle persone che le usano: la tecnologia deve essere creata in funzione della motivazione di chi la usa, delle sue modalità di comunicazione, dei suoi reali bisogni e non rendere le persone “normali” come garba a noi che camminiamo, vediamo e abbiamo le orecchie buone.

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Psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia d’Integrazione Strutturale presso l’istituto SIPI di Napoli.

E’ responsabile del centro “H-anto a te” di San Sebastiano al Vesuvio, per l’inserimento sociale e lavorativo di persone diversamente abili e consulente presso la residenza psichiatrica Kairòs di Casoria.

Svolge l’attività privata presso le sedi del suo studio a Pozzuoli , in Via Oberdan 37/A e a Quarto (Na) in Corso Italia 111.

Per contatti: 331.5860110